Archiviate le elezioni-insurrezione contro il Pd e FI, colpevoli rei confessi del delitto del «Nazareno», è stata ufficializzata la Waterloo di Renzi e del suo padrino Berlusconi. Egli però non accetta e se la prende con il destino cinico e baro perché «il nostro errore è stato non votare nel 2017» il referendum (anti)costituzionale.

Ora è iniziato il gioco infantile dell’«hai voluto la bicicletta». M5S è il primo gruppo parlamentare «singolo», la Lega è il «primus inter pares» nel guazzabuglio delle destra, imprigionata nelle prigioni di piombo rafforzato, vulgo Berlusconi, il quale da narcisista senza scampo, non può cedere il primato delle apparenze al tozzo e truce Matteo Salvini. Da quella parte, il teatro è solo al proemio. Bene ha fatto Luigi Di Maio a porre la questione di metodo per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, vincolandola preliminarmente all’esclusione di tutti i condannati e indagati. Questo è il livello del degrado dove Renzi e Berlusconi ci hanno portato: legalità e moralità pubblica che dovrebbero essere «ovvie» e imprescindibili nella nomina delle due più alte cariche dello Stato, dopo la Presidenza della Repubblica, diventano condizione politica di metodo.

Il Pd è l’unico responsabile dell’ingovernabilità generata dalla demenziale e impudica legge elettorale appena sperimentata sia perché l’ha ideata, sia perché l’ha imposta come unica al Parlamento sia perché il suo governo, così gentile e Gentiloni, l’ha fatta approvare con tre voti di fiducia alla Camera e cinque al Senato esautorando la democrazia che si fonda sulla tripartizione dei poteri, senza interferenze manipolative. Renzi pensava di avere almeno la maggioranza degli eletti con l’escamotage della lista Bonino-Tabacci, ma è rimasto fregato dalla sua protervia e dallo scarsissimo senso politico: dalle Europee in giù, le ha perse tutte fino ad arrivare all’impossibile: il 18% dal 41% che aveva all’inizio (-23%). Complimenti per il successo.

In Liguria, nessuno dei suoi candidati è stato eletto nei collegi uninominali, nemmeno il ministro della guerra, Roberta Pinotti e il ministro dello svuota-carceri, Andrea Orlando, che sono stati salvati all’estero, la prima in Piemonte e il secondo in Emilia Romagna. Tutti salvi col paracadute delle liste bloccate, cioè non eletti, ma nominati. Chi rappresentano costoro se non il segretario del partito che li «ha bloccati»? L’inizio delle fine cominciò a Genova con Raffaella Paita. La sua candidatura alle Regionali del 2015 avvenne con le primarie del Pd, dove si registrarono brogli e arruolamento di cinesi pagati qualche spicciolo. Lo scandalo fu così grave che l’altro candidato, Sergio Cofferati, non certo l’ultimo arrivato, depositò una denuncia in tribunale e contestò la scelta di Raffaella Paita, imposta da Renzi. La candidatura di Paita alla presidenza della Regione Liguria fa perdere il Pd in modo clamoroso, dimezzando i voti delle ultime Regionali del 2000 e regalando il governo della regione alla Lega e a Toti. Dopo nemmeno tre anni di consiliatura, Paita fu premiata da Renzi che, per ringraziarla del successo sulla via della distruzione del partito, la candidò alla Camera nelle ultime elezioni. Se Renzi aveva come obiettivo quello di distruggere letteralmente il Pd, c’è riuscito con l’entusiasmo dei suoi «servi volontari» che le ultime elezioni hanno certificato e vidimato con determinazione.

Tutto ciò premesso, a mo’ di esempio, il Pd di Renzi (Martina è solo un ologramma, peraltro invisibile), non può permettersi di giocare al bambino offeso perché gli altri sono cattivi. Accettare gli esiti delle elezioni significa rispettare il volere popolare e mentre si riconosce a chi vince il diritto di dare le carte e di fare proposte, occorre anche essere disponibili a fare la propria parte, secondo le proporzioni, senza ricatti e senza infantili «ora tocca a loro; se sono capaci governino» che ha il sapore di desiderarne il fallimento, sognando la rivincita con buona pace del senso politico del bene dell’Italia. Ancora più grave è scaricare la responsabilità sugli elettori ed elettrici che non hanno votato il Pd (il popolo non ha capito le riforme, olè!). Chi si dimette e non si dimette, facendo finta di dimettersi, chi non ha ancora fatto un’autocritica su tutti i propri sbagli ed errori madornali, chi aveva giurato di ritirarsi a vita privata, mentre è rimasto a dettare legge, non è un politico di razza, ma solo un politichetto da strapazzo.

Le elezioni 2018 sono la risposta adulta degli italiani alla campagna elettorale demenziale in cui i due principali alleati, Pd e FI, hanno sparato «balle» o rivendicazioni a casaccio, con numeri inventati, lodando le loro «mirabilia» o prendendo per i fondelli gli elettori. I quali elettori hanno esercitato il loro diritto e hanno sentenziato: togliamoci dai piedi questi burattini che ci giudicano imbecilli. Chi ha votato M5S o Lega di Salvini, ha votato per mandare a casa Renzi Matteo di Rignano e Berlusconi Silvio del mausoleo funebre di Arcore. Se il Pd delle frattaglie che rimangono, vuole continuare sulla strada di «Renzi è una risorsa», si accomodi perché alla prossima tornata, tra un anno, scenderà al di sotto del 10%.

Non penso che Di Maio possa riuscire a fare un governo, ma mi auguro che non svenda i principi di legalità e di moralità per cui e su cui egli e il suo Movimento sono stati incoronati. La gloria come arriva così scompare: «Sic transit gloria mundi», diceva il turibolaio al Papa appena eletto. Spero solo che la devianza che ha segnato la tragica storia dell’Italia degli attentati, con la regia di qualcuno, non cominci a seminare zizzania o a creare trambusto sociale, magari con qualche ordigno sparso qua e là per avvertire che il cambiamento radicale voluto dagli italiani non è accettabile e al governo va solo chi deve andarci nel rispetto delle trattative, nell’equilibrio dei poteri costituiti. Penso che le elezioni siano state una rivolta ponderata, spero e prego che nessuno faccia barricate per affermare «la democrazia di chi è più uguale degli altri».