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Zero e infinito ‘pari sono’, non più concetti matematici ma dogmi di fede

Zero e infinito ‘pari sono’, non più concetti matematici ma dogmi di fede
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Per lungo tempo, l’uomo ha creduto di poter contare su risorse naturali, sociali e umane infinite. Poi ha scoperto che la propria impronta sulla Terra diventa sempre più pesante, giacché l’Earth Overshoot Day cade ormai un po’ troppo presto, ogni anno sempre più presto. Nel 2017, quello che veniva chiamato Ecological Day Debt è caduto il 2 agosto, ben prima del 10 dicembre in cui cadde nel 1972, l’anno in cui lessi per la prima volta The Limits to Growth. In italiano il titolo fu tradotto con Limiti dello sviluppo, come se la crescita fosse un imprescindibile sinonimo di sviluppo dell’umanità. E anche quest’anno l’Earth Overshoot Day non farà tardi, anzi.

La fede nell’infinito ha percorso tutta l’età contemporanea, a partire da Leibnitz, e guida tuttora le politiche ambientali e sociali del pianeta. Benché sia evidente che il debito sarà sempre più pesante per le future generazioni, questa fede si è radicata nell’ontologia e continua a orientare le politiche odierne, nonostante siano emersi con chiarezza numerosi indizi di saturazione: ecologica, fisica, sociale ed economica. Più subdola ma altrettanto radicata è, all’opposto, la fede nello zero. Così come lo conosciamo, è una invenzione araba, come il sistema decimale, chiamata safira.

Leonardo Fibonacci (1175-1235, circa) forse s’ispirò alla figura mitologica del ponentino nel tradurre l’arabo sifr con Zephirum; che divenne poi zevero e finalmente zero. E lo conoscevano bene già gli ebrei (éfes) e gli indiani (śūnya) e per gli antichi greci era il nulla. È un numero pauroso nel cui segno circolare ci si può smarrire, interpretato a torto come “assenza di valore”, in ossequio a una lettura che lo trasforma in attrezzo assai utile alla politica. E l’infinito e lo zero, soprattutto in tempi di cambiamento, sono due facce della stessa medaglia, perché “sotto ogni rivoluzione si trovano uno zero – e un infinito”, come ha scritto Charles Seife.

Si fa credere alla gente che sia possibile, con poche ma decise e ben assestate politiche, eliminare il rischio idrogeologico, garantire la sicurezza sismica, impedire gli incendi boschivi, annullare il rischio di incidenti nucleari. Si promette la bonifica integrale dei siti contaminati fino all’assoluta e totale scomparsa degli inquinanti, anche quando ciò non è umanamente né tecnicamente possibile ma se ne possono soltanto ridurre le concentrazioni a livelli accettabili sotto il profilo sanitario. Si nasconde che l’acqua potabile, anche di buona qualità, presenti comunque tracce di arsenico e piombo, magari in quantità che oggi sappiamo misurare ma che un tempo erano solo tracce impercettibili e invisibili. E si dimentica che l’aria di mare, quella che fa così bene perché ricca di iodio, è spesso ricca di pulviscolo sahariano ma rimane comunque utile a combattere l’obesità, l’invecchiamento, i problemi cardiaci e la depressione.

Nel romanzo Terra!, Stefano Benni annota che se lo zero si fa seguire da una virgola e poi da altri numeri, non c’è nessun numero per grande e mostruoso che sia che potrà uscire dal suo orizzonte: “E bada! Dopo lo zero, e la virgola, possono seguire molti altri zeri. Ma se alla fine ci sarà un numero, esso esisterà”. Per questo dovremmo evitare di scomodare lo zero nelle umane faccende e, soprattutto, nelle formule legislative. Senza scomodare Paracelso che sentenziò: “Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”.

Paracelso (al secolo Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, Einsiedeln 1493 – Salisburgo 1541) si era laureato all’Università di Ferrara, più o meno nello stesso periodo in cui lo fece Niccolò Copernico. Era un tempo in cui i maggiori scienziati venivano a formarsi nel nostro paese. Anche gli alchimisti, quelli che oggi sono forse gli unici a sopravvivere e prosperare nell’involuzione burocratica del nostro mondo accademico.

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