È morto Ivano Beggio. L’italiano che partendo da un paesino del Veneto aveva saputo fare il giapponese meglio dei giapponesi, con la sua Aprilia, il suo Scarabeo e le motociclette da corsa che vincevano Campionati del Mondo e scoprivano grandi piloti (italiani)… Forse è morto da perdente, la sua azienda finita nella grande famiglia Piaggio, anche se ora in molti vorranno ricordarlo, come se nulla fosse stato. Le umiliazioni che aveva dovuto subire negli ultimi anni, perfino il divieto di farsi vedere nei dintorni di Noale, lo stabilimento che lui aveva creato. Certo per noi Ivano Beggio non è uno sconfitto. A noi piacciono i beautiful losers, e Ivano Beggio, con le sue grandezze e i suoi errori è uno di quelli, un uomo vero, di quelli che lasciano il segno, che scrivono la storia, non per vincere, ma per seguire i loro ideali, giocare, vincere, perdere, tutto conta poco quando si hanno dei sogni.

Ivano Beggio aveva rilevato dal padre quella che era poco più che una fabbrica di biciclette nel 1968 e già nel 1970 lanciava sul mercato lo Scarabeo, una motocicletta/motorino (50 e 125 cc. di cilindrata), che passerà alla storia per lo straordinario successo che ebbe, per essere divenuta il simbolo di una passione ridestata, lo straordinario amore dei giovani di allora per le motociclette, rumorose, chiassose anche nei colori, tracce di una trasgressione che in quei tempi spesso assumeva ben altre tinte (molto più pericolose). Anni brutti per l’economia e le industrie italiane, anni in cui l’Aprilia andava in controtendenza, forte sui mercati italiani (meno importazioni) e combattiva su quelli esteri. Anni in cui l’Aprilia mise le basi per una straordinaria crescita, che la porterà a diventare il primo produttore italiano di motociclette.

E mentre negli anni 80 e 90 cresceva il fatturato dell’azienda di Noale, che poi si sposterà a Scorzè con un nuovo modernissimo stabilimento, fioccavano le vittorie nelle corse. Piccoli campioni diventavano grandi, la tecnologia, l’ingegno di un ristretto gruppo di uomini guidati da Beggio andava in giro per il mondo a scatenare le invidie e le gelosie di grandi marchi, come Honda e Yamaha, molto più di Davide e Golia. Perché in un paese come l’Italia dove le aziende investono meno che possono in innovazione, il veneto Beggio aveva capito che i soldi spesi per la tecnologia delle corse servivano a stare davanti ai colossi nipponici sulle strade di tutti i giorni. Il 1991 è l’ora della prima vittoria nel motomondiale, con Alessandro Gramigni nella classe 125, ma da allora Aprilia diventa un’incubatrice di grandi campioni: Biaggi, Rossi, Capirossi devono le loro fortune all’incontro con Beggio e il suo team, che in quegli anni pesca campioni perfino in casa dei giapponesi (Sakata). Sicché oggi Aprilia con i 294 Gran Premi vinti e i 56 titoli mondiali conseguiti è l’industria motociclistica europea più vincente di sempre.

I successi commerciali nel frattempo andavano di pari passo con quelli sportivi e per tutti gli anni 90 Beggio non sbagliava un colpo. A un certo punto però vennero i problemi, le conseguenze negative delle virtù. Aprilia cedette a una sconsiderata politica di acquisizione di altri marchi (spesso in difficoltà) e di spese. Mentre l’apparato produttivo non sbagliava un colpo, quello gestionale-finanziario affossava la barca. Beggio si trovò pesantemente indebitato, anche perché non aveva la stoffa dell’imprenditore-licenziatore. Era un puro convinto che bastasse fare buone motociclette e le cose si sarebbero messe apposto. Ma non era così.

Così a un certo punto dovette passare la mano e vendere per non tornare completamente al punto di partenza, per non perdere quel po’ di benessere che anche un po’ grossolanamente aveva messo da parte. Intendiamoci nessun salvataggio. Un normale affare italiano. Una storia già vista che avrebbe potuto assomigliare a quella della Lancia-Pesenti e di Fiat. Ma Aprilia, un’azienda che aveva accumulato uno straordinario patrimonio produttivo, per fortuna fu rilevata nel 2004 dal gruppo Piaggio, che – non senza qualche tentennamento – ha alla fine riportato Aprilia a trionfare sulle piste di tutto il mondo e a essere competitiva sui mercati mondiali.

Oggi, anche se da anni Beggio era lontano dalla sua creatura, nessuno ha dimenticato queste cose, nessuno ha scordato che questo signore semplice e non particolarmente raffinato: fu il più grande creatore di sogni che l’Italia ha avuto nello scorcio del fine secolo scorso (che cosa sono infatti le motociclette se non sogni d’acciaio?). Così oggi una lunga fila di uomini e donne, campioni, ingegneri, operai e semplici motociclisti piange la morte di Ivano Beggio e anche il mondo dell’industria motociclistica italiane si sente certamente più povero.