Come mi ha fatto notare, non senza ironia, qualche lettore, il bel tempo non è tornato e una pioggia fitta e fastidiosa continua a cadere su Roma e sul resto d’Italia. Eppure, il voto di domenica scorsa presenta indubbiamente anche qualche elemento positivo. Innanzitutto, la disfatta di Matteo Renzi & co. Sebbene il nostro sia abbarbicato alla poltrona fino alla morte, a rischio di distruggere definitivamente un Pd già irrimediabilmente disastrato, la sua catastrofica avventura è senza dubbio finita. Non è poco.

Un altro elemento positivo è la vittoria dei Cinquestelle, ai quali, nonostante le loro ambiguità, milioni e milioni di Italiani, soprattutto giovani, hanno voluto affidare il messaggio di cambiare questo Paese. Si avvicina il momento in cui le ambiguità dei Cinquestelle dovranno essere chiarite. Il chiarimento di tali ambiguità costituisce,come vedremo tra poco, anche la condizione ineludibile per Di Maio e la sua équipe, di andare al governo dimostrando al popolo italiano cosa sono capaci di fare. Occorre dare una chance a Gigino e ai suoi. Ma a certe condizioni.

E qui veniamo agli elementi negativi del voto di domenica. Innanzitutto, la vittoria della Lega, espressione di un razzismo di fondo di settori crescenti della società italiana, i quali votando Matteo Salvini hanno voluto manifestare la loro esasperazione per una situazione economica di crescente difficoltà, individuando però bersagli (gli immigrati) e riferimenti (Salvini stesso) sbagliati. Un po’ come Donald Trump, Salvini ha celato un discorso di fondo sostanzialmente filopadronale e neoliberista dietro la retorica del “prima gli Italiani”. Se disgraziatamente dovesse andare al governo, in poche settimane dimostrerebbe quali sono i suoi intenti reali. Quindi, tutto sommato conviene anche a lui restare all’opposizione.

I nodi di fondo sono gli stessi di prima delle elezioni. Innanzitutto, chi deve sostenere i costi della crisi. La società italiana è afflitta, come quella mondiale, da crescenti povertà e diseguaglianze. Del pari, l’anarchia del capitalismo neoliberista, forte come non mai in Italia dove la cultura dello Stato è sempre stata minoritaria, produce guasti su tutti i piani, da quello sociale a quello ambientale, mentre dilagano mafie e corruzione, che sono ingredienti fondamentali del neoliberismo in salsa tricolore. Ci vuole un forte intervento pubblico per cominciare a sanare questa situazione disastrosa che ereditiamo da Renzi e prima di lui da Silvio Berlusconi, Romano Prodi, Mario Monti e Enrico Letta. Ci vogliono risorse che vanno reperite mediante imposte patrimoniali, lotta all’evasione fiscale dei grandi capitalisti, auditing del debito (si vedano i regali fatti da Grilli e dai suoi accoliti a Morgan Stanley e Deutsche Bank, ecc.), chiusura dei canali preferenziali per le banche della cricca, ecc.

La seconda sfida fondamentale è l’immigrazione. Inutile sperare, minnitescamente, di contrastare la Lega scendendo sul terreno della xenofobia e della discriminazione nei confronti dei migranti. Occorre procedere in tempi rapidi all’integrazione dei giovani di seconda generazione cui va concessa la cittadinanza italiana e va varato un grande programma di accoglienza dei richiedenti asilo che costituisca un’occasione di lavoro e di crescita culturale e umana per tanti giovani italiani (compresi ovviamente quelli di nuova cittadinanza). Il razzismo e il fascismo vanno contrastati senza esitazioni e con la necessaria durezza.

La terza sfida riguarda la politica estera e il rapporto con l’Europa. L’Italia ha sempre avuto una classe dirigente disposta a ossequiare servilmente quelli che riteneva fosse i capi del campo occidentale. Questa pessima abitudine è arrivata fino a Renzi e Berlusconi, disposti addirittura a soddisfare ogni esigenza di Trump, per non parlare di Angela Merkel. Sarebbe ora di impostare finalmente una politica estera autonoma, rimettendo in discussione fedeltà atlantiche ed europee che troppo male hanno fatto al nostro Paese e continuano a farlo.

Ma chi potrebbe farsi carico di un programma del genere? Al momento ovviamente nessuno, in quanto equivale a una vera e propria rivoluzione, evento che finora non ha mai avuto luogo nel nostro Paese. Eppure, quantomeno alcuni significativi elementi dello stesso potrebbero essere alla base di un’allenza tra Cinquestelle, Liberi ed Uguali e un PD finalmente libero da Renzi. Unica prospettiva praticabile al momento, sulla base dei numeri. Vedremo presto se ne uscirà fuori qualcosa di buono o si tratterà solo dell’ennesima, deprimente manifestazione dell’eterno gattopardismo italiano.

Dulcis in fundo, Potere al popolo. Un risultato significativo, anche se ci si aspettava qualcosa di più. Significativo, specie tenendo conto del fatto che si tratta di una nuova formazione politica nata non prima di tre mesi fa. La base militante c’è e va ampliata. Il partito, o movimento o chiamatelo come vi pare, va costruito. Si tratta di un’esigenza fondamentale per realizzare il programma in tre punti che ho indicato prima e più in generale portare sulla scena politica le esigenze delle lotte sociali, delle lavoratrici e dei lavoratori. Non sarà una strada facile, ma è iniziata e continua con l’assemblea nazionale del 18 marzo. Continuerà perché per l’Italia ci vuole un’alternativa di sistema. E quella di Potere al popolo è stata una bella campagna elettorale, per cui voglio ringraziare Viola Carofalo, Francesca Fornario, Lidia Menapace e le altre donne (ma pure gli uomini) che si sono impegnate in questa bella avventura e continueranno a farlo. Costruire e rafforzare Potere al Popolo costituisce oggi la condizione indispensabile per cambiare davvero le cose in Italia, prendiamone coscienza e accettiamo la sfida!