Quando è partito per le Olimpiadi di Pyeongchang 2018, Giovanni Malagò sperava di poter tornare con un bottino di medaglie sufficiente per intestarsi una vittoria. Non era difficile, considerando l’imbarazzante zero di Sochi 2014, ma è andata pure meglio di quanto ci si aspettava, anche grazie a previsioni forse volutamente al ribasso che avevano fissato un traguardo alla portata. La doppia cifra che il numero uno dello sport italiano chiedeva è arrivata 10 medaglie, tra le quali tre ori uno più bello dell’altro. Così il bilancio è per forza positivo, nonostante una serie di ombre inquietanti su discipline fondamentali per la tradizione italiana. Ma per il presidente del Coni conta poco, in questo momento: alla vigilia del voto, l’importante era potersi sedere al tavolo del prossimo governo (che di sicuro sarà meno bendisposto dell’ultimo) con delle referenze positive. E l’obiettivo può dirsi raggiunto.

LA MIGLIOR EDIZIONE DEL DECENNIO: GRAZIE A GOGGIA, SNOWBOARD E BIATHLON
Il merito è soprattutto di Arianna Fontana: la portabandiera ha ripagato la fiducia e da sola ha conquistato nello short track praticamente un terzo dell’intero bottino della spedizione. Poi ci sono stata anche le bergamasche Michela Moioli e Sofia Goggia, due cicloni che hanno dominato le prove dello snowboardcross e della discesa libera femminile. In particolare quest’ultima vittoria, in quella che può essere considerata la gara regina delle Olimpiadi invernali (un po’ come i 100 metri di atletica o la maratone per quelle estive), rappresenta davvero un fiore all’occhiello per l’Italia. Il salto di qualità rispetto a Sochi 2014 e Vancouver 2010 è evidente: per trovare un risultato migliore bisogna tornare a Torino 2006, dove però giocavamo in casa (non fa testo), o risalire ancora più indietro a Salt Lake City 2002. Di fatto, si tratta della miglior edizione dell’ultimo decennio, che testimonia un movimento in netta ripresa dopo la recente flessione. L’Italia è stata tra i pochi Paesi al mondo a presentare atleti in 14 discipline su 15 (uno dei veri meriti del Coni, che può vantarsi di non lasciare indietro nessuno al contrario di quanto avviene all’estero), e ad essere competitiva in molte di esse. E il miglioramento non è solo merito di poche stelle, ma anche di una crescita di squadra: il biathlon, ad esempio, ha fatto passi da gigante e ora gli azzurri sono quasi al livello delle potenze mondiali (specie tra le donne); stesso discorso per lo snowboard, dove stiamo costruendo una tradizione importante. Pure il pattinaggio 12 anni dopo Enrico Fabris dà segni di ripresa. Qualcosa sembra muoversi davvero.

NON È TUTTO ORO QUEL CHE LUCCICA: SCI E SLITTINO FLOP
Di contro, Pyeongchang 2018 ha riservato diverse delusioni, e – cosa più grave – proprio negli sport storicamente più importanti per la nostra nazionale. Lo sci, innanzitutto: se tra le donne le cose vanno bene (Goggia e Brignone a podio, dietro la Bassino che cresce), tra gli uomini è notte fonda. La generazione d’oro dei discesisti si va esaurendo (solo Dominik Paris è più giovane, ma fatica ad esprimersi), mentre nelle discipline tecniche (slalom e gigante) manca completamente il ricambio generazionale. I prossimi anni potrebbero essere davvero bui. Lo sci di fondo veniva dallo zero di Sochi e in Corea ha trovato lo splendido argento di Federico Pellegrino: dietro il fuoriclasse delle Fiamme Oro, però, c’è il nulla assoluto, come dimostrato dal fallimento della team sprint, dove eravamo favoriti ma non siamo riusciti a trovargli un compagno credibile da affiancargli. E poi c’è lo slittino, per la prima volta a secco dopo 30 anni dell’epopea di Armin Zoeggeler. Sono segnali preoccupanti, che non andrebbero sottovalutati e invece passeranno in secondo piano, coperti dai panegirici per le medaglie conquistate.

SALVAGENTE PER MALAGÒ  (ALLA VIGILIA DEL VOTO)
Per Malagò, infatti, ora l’importante è intestarsi il successo di un’edizione (quasi) trionfale. Non è un momento qualsiasi per l’Italia, e nemmeno per il presidente del Coni: il 4 marzo si vota, presto avremo un nuovo governo. Comunque vada alle urne, di sicuro sarà meno benevolo dei suoi confronti di quello uscente: con Renzi prima e Gentiloni poi, Malagò aveva avuto nel Pd e nel fidato Luca Lotti una sponda ideale a Palazzo Chigi. Adesso la musica sarà diversa. I 5 Stelle gli farebbero guerra ad oltranza (dopo la querelle di Roma 2024), anche un governo di centrodestra a trazione leghista gli sarebbe ostile: lui è buon amico di Gianni Letta, ma non ha altri grandi contatti in Forza Italia, mentre la Lega è pronta a mettere in discussione la sua leadership. Con la guerra del pallone ancora in corso (il commissariamento della Figc ora va gestito), sarà un periodo molto delicato per Malagò. Adesso, grazie a Pyeongchang 2018, di fronte ai suoi nuovi interlocutori almeno potrà sostenere che con lui al comando lo sport italiano funziona meglio. E medagliere alla mano sarà difficile dargli torto.

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