In Italia stava trattando l’acquisizione del Milan, in Cina era nei guai perché non aveva rimborsato un prestito ricevuto dalla Banca Jiangsu. Una questione da 60 milioni di euro: pochi spiccioli se confrontati con l’investimento da 740 milioni che Yonghong Li si era sobbarcato ad agosto 2016 per diventare il proprietario del club rossonero. La chiacchierata solidità finanziaria di Li oggi è finita al centro di una nuova inchiesta giornalistica, questa volta del Corriere della Sera, che ha ricostruito come la sua cassaforte dell’oscuro uomo d’affari cinese fosse già vuota quando Fininvest gli ha affidato il futuro del Diavolo. E la situazione si è poi aggravata nei mesi successivi, fino alla richiesta della liquidazione per bancarotta arrivata da un’altra banca e alla decisione del tribunale di mettere all’asta le quote. Eppure le credenziali presentate agli advisor che hanno seguito la vendita e alla Lega Calcio sono state ritenute sufficienti per portare avanti e chiudere l’operazione.

Le quote all’asta: lo ha deciso il tribunale – Le tempistiche però sono chiare e lasciano spazio a pochi dubbi su quale fosse la situazione di Li in Cina quando ha deciso di trattare l’acquisto del Milan dalle mani di Silvio Berlusconi. E allora da dove sono arrivati quei soldi? Di chi sono? Chi è il garante finale dell’operazione? A maggio 2016, del resto, l’uomo d’affari cinese ha già problemi piuttosto importanti con le banche. Quattro mesi prima del preliminare di vendita firmato il 5 agosto, insomma, un prestito erogato dalla Banca Jiangsu – e mai rimborsato dalla sua holding Shenzhen Jie Ande – aveva portato l’istituto di credito a chiedere di entrare in possesso della partecipazione di Zhuhai Zhongfu, società  di packaging quotata a Shenzen, che il proprietario del club rossonero aveva dato in pegno. E il 7 febbraio 2107, mentre Yonghong Li tergiversa e rimanda il pagamento della tranche finale, il tribunale decide di mettere all’asta la quota dell’11,39% di Zhuhai Zhongfu detenuta da Jie Ande.

Due banche bussano alla sua porta – La trattativa per il Milan però va avanti e si conclude grazie a un prestito di 300 milioni erogato dal fondo Elliott, che il club e la sua controllante lussemburghese Rossoneri Lux dovranno restituire entro il prossimo ottobre assieme ad altri 15 di agreement fee. E va avanti anche il procedimento in Cina: il tribunale respinge il ricorso di Jie Ande un paio di settimane dopo l’acquisto del club e lo scorso dicembre fissa la data dell’asta che permetterà a Jiangsu di rientrare del prestito erogato a Li. Ma a gennaio si ferma tutto: anche la Banca Canton lamenta debiti pregressi mai estinti e chiede la liquidazione per bancarotta della holding di Li. Così i giudici si vedono costretti a fermare l’asta in programma su Taobao, l’eBay cinese.

Il tragitto dei soldi/1 – Intanto il Milan di Li ha portato avanti una campagna acquisti da 200 milioni di euro, dopo la travagliata vendita. Un percorso lungo otto mesi, iniziato nell’agosto 2016 con la firma del preliminare di vendita tra Fininvest e Sino Europe Sports, il fondo con il quale Li diceva di voler raccogliere i soldi necessari per completare l’acquisto. Il passaggio di consegne ufficiale era previsto inizialmente entro dicembre. Ma i cinesi chiedono di posticipare e ottengono altro tempo in cambio di un versamento di una caparra di 100 milioni. Poco prima di Natale, la sorpresa: Yonghong Li chiede altri tre mesi di tempo. La holding di Berlusconi dà l’ok, ma chiede garanzie per rinviare tutto al 3 marzo. Arrivano quindi altri 100 milioni di caparra. Nei primi giorni di gennaio, Calcio&Finanza ne documenta la provenienza: Isole Vergini Britanniche.

Il tragitto dei soldi/2 – Ma quando la nuova scadenza si avvicina, Yonghong Li rimanda ancora la definizione della vendita. Il 28 febbraio chiede un altro mese di pazienza e promette in cambio un’altra caparra da 100 milioni. Il pagamento parte da un’altra società ad hoc, la Rossoneri Advanced Company LimitedSede? Ancora una volta le Isole Vergini Britanniche. Dalla Cina, sostiene Li, è impossibile far uscire i soldi e alcuni investitori si sono sfilati. Ma decide di proseguire. Qui entra in gioco il fondo Elliott, con il quale il misterioso uomo d’affari viene messo in contatto dalla società Blue Sky. Da lì arriva un prestito di circa 300 milioni a un tasso medio attorno all’11% che i nuovi proprietari dovranno restituire in un’unica tranche entro la fine del 2018. Un’operazione alla quale negli scorsi mesi l’Uefa ha detto di credere poco.

Dall’advisor al fondo, c’è sempre Scaroni (pure in cda) – Chi ha sempre creduto in Yonghong Li sono invece Fininvest, la banca d’affari Rothschild che lo ha assistito e in qualche modo anche Elliott, che però – male che vada – si ritroverà in pancia il Milan a fronte di 300 milioni di euro investiti e con buone probabilità di piazzarlo sul mercato senza perdite. Una fiducia incrollabile, espressa nuovamente oggi anche da Adriano Galliani, ex ad del club e adesso candidato al Senato con Forza Italia: “Per me è tutto ok”, ha ribadito il braccio destro di Berlusconi. E deve pensare la stessa cosa anche Paolo Scaroni, da sempre vicino all’ex presidente del Consiglio. L’ex manager di Eni ed Enel siede nel consiglio d’amministrazione del club in nome e per conto del fondo Elliott e dal 2014 è anche vicepresidente della controllata inglese di Rothschild, che ha assistito Yonghong Li durante l’acquisto. Poche settimane fa, Scaroni ha ribadito che Li ha sempre rispettato gli impegni. Almeno in Europa. Ma vista la situazione dall’altra parte del mondo, restano i dubbi. Al momento gli unici a metterli nero su bianco sono stati gli uomini dell’Unità informazione finanziaria di Bankitalia che hanno segnalato “operazioni sospette” durante la vendita.

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