Luciano Spalletti vale quanto Frank De Boer e Stefano Pioli. Il paragone tra l’allenatore di Certaldo, arrivato a Milano via Roma come il salvatore della patria, e la coppia di allenatori che ha firmato una delle stagioni più disastrate della storia nerazzurra, sembra quasi una follia. Eppure lo dicono i numeri: oggi l’Inter ha gli stessi identici punti dello scorso anno, rischia di farsi rimontare persino dal Milan di Gattuso, che sta vivendo un po’ la stessa parabola dei nerazzurri, solo a parti inverse. E la classifica non mente: perché il vero valore dei nerazzurri è questo quarto posto (forse quinto, se la Lazio vince nel posticipo). La normalità è la mediocrità. La rinascita spallettiana, il primato autunnale e la possibilità di lottare per lo scudetto erano solo un’illusione. Ci eravamo cascati un po’ tutti, giocatori e tecnico compresi probabilmente. Specie dopo il pareggio nello scontro diretto a Torino contro la Juventus, che sembrava la consacrazione di una nuova grande e invece è stato il classico canto del cigno di un gruppo sopravvalutato (dopo 7 partite di fila senza vittorie). Sopravvalutazione è la parola chiave di questo grande equivoco che è stata l’Inter nei primi mesi dell’anno.

Si è pensato che solo grazie ad un nuovo allenatore, gli stessi giocatori potessero trasformarsi da brocchi in campioni. È successo per un paio di mesi, grazie a un paio di colpi di fortuna e una sana dose di auto-convincimento che l’arrivo di Spalletti aveva effettivamente portato. Non poteva durare in eterno: alla prima difficoltà, la prima sconfitta contro l’Udinese, l’Inter si è persa. E non si è più ritrovata. Adesso sta raccogliendo anche meno di quanto meriterebbe: i pareggi sciagurati con Spal e Crotone subendo un tiro in porta in tutta la partita, l’assurdo autogol di Ranocchia sabato sera a Marassi. Ma le sfortune di oggi compensano la buona sorte di ieri (vedi i successi casuali all’andata con Genoa o Crotone, tanto per fare un esempio). Il saldo, più o meno, è in pari. E così si torna al punto di partenza: 48 punti dopo 25 partite. L’Inter ha la stessa classifica dello scorso anno per la semplicissima ragione che ha la stessa squadra dello scorso anno. L’unica vera differenza è Milan Skriniar, acquisto più che azzeccato, arrivato dalla Samp come un giovane promettente e già considerato uno dei migliori centrali difensivi al mondo. Per il resto il mercato ha portato poco o nulla: qualcuno ha pensato bene di comprare il centrocampo della Fiorentina ottava in classifica, ed in effetti non vale molto di più la mediana dell’Inter composta da Vecino e Borja Valero (che a 33 anni dopo un buon avvio viaggia su ritmi imbarazzanti da calcetto del dopolavoro). Stessa formazione, stessa posizione: Suning, distante anni luce dall’Italia e dalla sua realtà, non sembra neanche essersene accorto.

Solo la percezione della graduatoria è un po’ diversa, perché intanto è cambiato il campionato. Il quarto posto di oggi è migliore di quello di ieri grazie alla riforma della Champions League, che con la benevolenza della Uefa qualifica di diritto le prime quattro italiane, e non più solo tre. E poi c’è il crollo della Roma, smantellata da Pallotta e indebolita dallo stesso Di Francesco, che ha perso una decina di punti rispetto al 2017 e livellato verso il basso la competizione dopo le inarrivabili Juventus e Napoli. Così se 12 mesi fa con 48 punti si era già tagliati fuori dall’Europa che conta, ora i nerazzurri sono ancora (teoricamente) in corsa per la qualificazione in Champions, l’obiettivo stagionale, l’unico realmente possibile per questa squadra. Ma la sostanza è la stessa. Per giocatori, società e blasone non è cambiato nulla rispetto al passato: oggi come ieri l’Inter non è più una grande del campionato, ma un club da quarto, quinto posto in classifica che se la gioca con Atalanta e Sampdoria, e guarda da lontano i sogni scudetto degli altri. Con o senza Spalletti.

Twitter: @lVendemiale

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