Manuel Vázquez Montalbán anni fa paragonò la scrittura di Santiago Gamboa* a quella di Gabriel García Márquez. Leggendo Ritorno alla buia valle (traduzione di Raul Schenardi; Edizioni E/O) mi viene da dire che l’unica analogia tra questi due straordinari autori è data dalla nazionalità colombiana. Se García Márquez ha fatto del realismo magico il suo marchio di fabbrica, Gamboa si muove su registri iperrealistici, sanguigni, che devono molto di più, secondo me, al romanzo d’avventura alla Rolo Diez e al memoir alla Leonard Michaels o alla Emanuele Carrère.

Santiago Gamboa è uno scrittore colto capace di affondare le sue parole in una matrice storica ben definita per poi farle riemergerle in superficie imbevute di azione, analisi filosofiche sul viaggio, la vendetta, il sesso, le ingiustizie del mondo occidentale.

Il romanzo è diviso tra tra Madrid, la Colombia e l’Etiopia. Strutturato in modo originale e inconsueto, solo a metà libro il lettore si renderà conto che quello che i protagonisti stanno cercando è uno squallido ex paramilitare riciclato come trafficante di cocaina rosa, una nuova droga sintetica che sta diventando il business della Colombia pacificata dalla guerriglia.

Gli attori che si muovono ne Ritorno alla buia valle sono un ex console colombiano in cerca del proprio passato e di un posto dove tornare per poter scrivere; Juana, la misteriosa donna che ha lasciato un segno profondo nella sua vita; Manuela, una ragazza colombiana violentata ancora bambina dal compagno della madre e poi derubata delle sue poesie dalla sua amante; Tertuliano, un obeso e fantasioso argentino che sostiene di essere figlio di papa Bergoglio e che dopo un trascorso con gruppi più o meno deliranti della galassia neonazista ha messo in piedi la Repubblica Universale, un’organizzazione che si è data lo scopo di liberare il mondo dagli umanoidi: tumori della razza umana che vanno estirpati; Arthur Rimbaud, il genio della poesia, seguito dai primi passi ancora adolescente a Cherleville, fino ai postriboli africani e alla costante ricerca delle “fulgide città”, metafora di ogni viaggiatore-scrittore.

Nel mentre, Madrid è scossa da un’azione eclatante di Boko Haram, la Colombia è diventata il Paese della Bontà, la crisi economica sta devastando Roma e altre capitali europee. E poi c’è Harar, la città delle iene notturne e di Rimbaud, manifesto di quei luoghi sordidi, nei quali l’unica cosa memorabile è il sorriso della gente: “Le persone fanno sì che i posti più sudici e remoti sembrino belli, per questo c’è una grande bellezza nella bruttezza di queste povere città”.

* Santiago Gamboa è nato a Bogotá nel 1965. È autore de Gli impostori, Ottobre a Pechino, Perdere è una questione di metodo, Vita felice del giovane Esteban, Morte di un biografo, Preghiere notturne e Una casa a Bogotá. In questo suo ultimo romanzo totale e bellissimo gioca in modo colto e perfetto con un mondo paranoico, volontaria vittima del terrorismo, vomitatore di diseguaglianze sociali, grottesco e tondo sessuofobo globalizzato.