Dall’agosto 2014 la McGill University di Montreal, Quebec, offre gratuitamente un corso online sui Disastri naturali (Natural disasters) seguito finora da più di 12mila studenti di 178 paesi: il 24% dagli Stati Uniti, l’11% dall’India e il 5% dal Canada. “Crediamo che fornendo ai partecipanti informazioni e strumenti educativi, senza alcun costo per loro, essi possano capire meglio come, dove e perché si verificano i disastri naturali” ha spiegato uno dei promotori, John Stix, aggiungendo: “Poiché una migliore comprensione aiuta a crescere e innovare, i partecipanti al Massive open online courses (MOOC) potrebbero usare queste conoscenze per ridurre e mitigare gli effetti e le conseguenze dei disastri naturali nelle loro comunità”. L’età mediana degli allievi è 29 anni, ma il 34% di costoro ha meno di 24 anni. Il corso viene offerto tramite il portale edX, che porge i MOOCs di alcune grandi università (tra i soci fondatori, le uniche europee sono la Sorbona e l’olandese TU Delft). Lezioni divertenti, partecipazione, giochi online, dimostrazioni pratiche: un nuovo modo di imparare.

La tecnologia e, soprattutto, la rete rivoluzioneranno il mondo della formazione? È probabile, giacché siamo ormai tutti internauti. Basta collegarsi a Coursera, una iniziativa dell’università di Stanford che coinvolge un centinaio di università in tutto il mondo e fornisce una infinità di corsi online progettati dai migliori docenti di ogni disciplina. Sono già migliaia i corsi offerti e milioni gli studenti iscritti. Mentre la tuition fee di Stanford viaggia intorno a 16mila dollari a quadrimestre per una laurea di primo livello (che vuol dire quasi 50mila dollari all’anno) la maggioranza dei corsi online è gratis e, se qualcuno lo si paga, costa qualche decina di dollari. I MOOCs si stanno moltiplicando, sia negli atenei americani, sia in quelli europei. Chiunque sia collegato a Internet può seguire le lezioni di professori eccellenti, grandi star di ciascuna disciplina, per poche decine di dollari e senza doversi spostare da casa. In perfetto inglese anziché nell’improbabile globish che va oggi di gran moda. Lo studente internauta potrebbe diventare sempre più protagonista e cliente del nuovo mercato dell’alta formazione.

L’offerta dei MOOCs è ormai vasta e le diverse iniziative, anche quelle nate in ambito puramente accademico, si sono sviluppate come vere e proprie corporate. Coursera, fondata da due docenti di Stanford e tuttora la più diffusa, offre più di duemila corsi a 24 milioni di utenti registrati. La sua struttura tentacolare si avvale di quasi 150 partner nel mondo, alcuni dei quali in posizione privilegiata. Nel luglio 2016, la società ha lanciato un prodotto, Coursera for Business, indirizzato in modo specifico alle imprese. In tal modo l’azienda si è aperta a ricavi dal lucrativo mercato dell’e-learning aziendale, che si pensa possa raggiungere nel 2020 circa 12 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti e, su scala globale, 31 miliardi di dollari, come confidato dal Ceo Rick Levin in una recente intervista.

Coursera non è l’unica iniziativa, giacché ne sono nate parecchie altre, come la citata EdX e, con attitudini diverse, Iversity e Udemy, mentre la Kahn Academy ha una impostazione meno conformista. Restando in un ambito più tradizionale, tra gli atenei di maggior prestigio internazionale è già in corso una guerra di posizione per guadagnare le fette migliori di questo nuovo mercato. Chi vincerà la guerra dei MOOCs dovrà contare su una rete ancillare di università locali che, appoggiandosi alla didattica online, forniranno un supporto di esercitatori, laboratoristi, assistenti, tutori e verificatori in grado di accompagnare gli studenti lungo il percorso didattico stabilito in remoto dal MOOC di riferimento. Una sorta di feudalesimo accademico che lascerà uno spazio marginale agli atenei minori, concentrando il potere in pochi nodi dell’impero formativo?

In Italia siamo tutti presi da grida manzoniane del tipo “fuori i baroni dall’università”, dai formidabili acronimi della burocrazia ministeriale e locale, dagli alambicchi da fattucchiera per calcolare l’eccellenza a suon di radici quadrate. E dalle mirabolanti promesse su reclutamento dei giovani e avanzamento dei vecchi, dopo la sbornia dell’Abilitazione scientifica nazionale e il blocco penitenziale imposto alla carriera dei docenti. Poche voci tentano di riflettere su questioni come questa, che mettono già in crisi la moderna università di mercato, finalizzata alla formazione del capitale umano e non più all’educazione dei cittadini. Essa nacque una trentina di anni fa sulle ceneri del millenario modello di educazione che, nel mondo occidentale, aveva visto la luce nell’anno di grazia 1088 con l’Alma Mater bolognese. E, dopo nemmeno trent’anni, sembra già vecchiotta.