Che ne è dei padri? Da padroni a nuovi poveri, da pater familias a mammo, da proto a deuteragonista, da guida a comparsa, insomma da Uno a nessuno. O forse a centomila. Nel giro di pochi decenni nell’Occidente del mondo si fa fatica a definire identità e ruolo dei padri.

E ciò come effetto di un doppio e vittorioso assedio: dal basso i figli nati dopo il ’68, dai lati le donne del femminismo degli anni Settanta. Insieme hanno minato il principio di autorità connesso alla figura del padre e del maschio invocando l’autonomia dell’individuo e di genere. E’ venuto a sgretolarsi così una costruzione plurisecolare, quella patriarcale, senza alcuna ridefinizione positiva né del ruolo paterno rispetto ai figli né di quella maschile rispetto alle donne e alle mogli.

I padri che dovevano favorire il distacco dei figli dai cordoni ombelicali materni, ossia l’autonomia del figlio attraverso l’interiorizzazione della legge, del dovere contro il piacere, si sono ritrovati sotto accusa per la carica di sopraffazione che tale compito accompagnava o richiedeva e laddove non abbiano opposto resistenza più o meno violenta a questa messa in discussione o si sono femminilizzati o evaporati.

Sono gli anni di “Ciao Maschio” e della “Scomparsa dei padri”Si parla adesso di “neopapà“: ossia della nuova figura paterna che ha imparato ad accudire i piccoli, a fare il bagnetto, cambiare il ciripà ( che da tempo non esiste più sostituito dai pannolini usa e getta), pulire il sederino, fare il bidè, svegliarsi la notte per consolare il piccolo che piange e così via elencando. Il minimo sindacale.

Il punto è che in proporzione all’acquisizione di tali incombenze, una volta esclusivamente materne o femminili, resta aperto anzi si fa ancora più urgente il tema della specificità paternaC’è una specificità? Ci deve essere? O è sufficiente fare in due le cose che prima faceva solamente la mamma e magari favorire o accettare che la mamma guadagni o consolidi forme di realizzazione di sé un tempo appannaggio esclusivo o prevalente del padre? Insomma due figure interscambiabili. In tutto? Se così fosse sarebbe la fine irreversibile della figura del padre, ma direi anche della madre, così come sono venute definendosi nel corso dei millenni.

Una variante, sub specie generis, della fine della storia. E se invece provassimo a recuperare alcuni depositi dei nostri passati millenni quali il senso femminile per gli affetti e le cure, la sua irriducibilità al sapere sequenziale, l’attenzione maschile all’ordine e alla norma, sminata dalle pulsioni autoritarie e sopraffattrici, non sarebbe più ricca la vita e più fecondo il rapporto tra i generi?

Non stiamo evocando un improbabile “eterno femminino” o ‘”mascolino”, ma provando a valorizzare le differenze non naturali ma storico-culturali invece di annullarle ideologicamente. Da qui, dalle differenze, dalle specificità, il bisogno di una nuova alleanza tra i generi a partire dalla nuova identità conquistata dalla donna occidentale, irrinunciabile, che il maschio rispetta e alimenta perché ne sente la giustezza e il bisogno, ma che non sia dalle donne più vissuta come punitiva verso gli uomini e verso il sé della storia.

I figli in questo nuovo contesto non sarebbero più un inciampo ai percorsi di vita individuale ma il senso loro più immediato, i beneficiari della nuova alleanza tra padre e madre, duplice e non più dicotomica.