La giustizia e il diritto applicato sono come quelle bellezze oramai sfiorite che credono di dettare in eterno le regole del bello e del fascino. Ma tutto passa. In realtà questa vanità ha sempre contraddistinto l’egocentrismo giuridico e degli operatori del diritto, anche quando l’uomo poteva dirsi protagonista delle regole (e dunque dell’etica) che dettano la modalità di funzionamento dell’ambiente in cui l’essere umano si muove. E’ un’illusione pensare che diritto e giustizia siano gli strumenti regolatori del mondo. Lo diceva già Marx; il diritto è una mera sovrastruttura e dunque null’altro se non qualcosa di utile alla struttura.

Nel mondo contemporaneo tutto ciò è ancora più evidente: l’uomo non è più al centro del mondo e tutti i concetti chiave (individuo, identità, libertà diritto, natura, politica, religione, storia, ecc) su cui hanno lavorato millenni di età umanistica sono spodestati dalla tecnica, un luogo “senza senso” (cioè dire senza etica, limiti e deontologia) dominato esclusivamente dall’efficienza del fare. La tecnica non nasce e non moltiplica la sua volontà di potenza come espressione dello spirito umano ma, semmai, trova praterie feconde dove svilupparsi all’infinito proprio nella insufficienza umana.

Da qui invade, desertifica, distrugge lo scenario umanistico e con esso quello giuridico. Gli operatori del diritto debbono accettare di essere dei manichini della sovrastruttura giuridica e l’umanesimo giuridico un vago ricordo. La tecnica ha ormai conquistato il cuore del fortino giuridico, mettendone in catene i simboli: il giudice uomo, il contraddittorio, il diritto di difesa e la prova sono dei feticci che oramai vivono come bandiere di un mondo che non esiste più e che viene invocato da giuristi, avvocati e giudici come l’officiante della Messa nomina i Santi dell’epoca arcaica della Chiesa.
Oggi, la tecnica decide con gli algoritmi e tutta la società è costruita intorno a questi. E questo per tentare di cancellare o comunque limitare la fallacia umana. Il giudice classico è una figura sul viale del tramonto: nel New Jersey la libertà su cauzione viene decisa da un algoritmo che incrocia i dati del soggetto che chiede di essere messo in libertà in attesa del processo, così stabilendo una sorta di pericolosità sociale matematica. Ebbene, secondo il New York Times è aumentata grandemente la quantità di soggetti messi in libertà dalla macchina rispetto a quanti erano liberati dal “mitico” cervello umano.

Ma non si ferma alla libertà su cauzione la sostituzione del giudice con la macchina e dunque con la tecnica: sempre negli Stati Uniti un uomo è stato condannato a sei anni di carcere da un giudice che si è avvalso della consulenza di un robot e del suo algoritmo. Nel nostro sistema processuale ad essere messo a morte non è il giudice ma il sistema nei suoi fondamenti etici e culturali: basta pensare a tutti i casi in cui viene utilizzata la prova tecnica (il Dna, ad esempio) da parte dell’investigatore e nel processo viene scaricato un risultato indiscutibile in quanto non vi è più alcuna possibilità di sapere come e quando è stata repertata la traccia genetica, il risultato viene giudicato “irripetibile a posteriori”, con buona pace per il contraddittorio e le regole costituzionali.

E’ sempre la tecnica, con la sua volontà di potenza e la sua capacità di azzerare la tradizione ad avere la meglio, ad assurgere a divinità dell’oggi. La tecnica spazza via ogni raffigurazione di giudice con la sua parrucca bianca, simbolo di riflessione e meditazione di altri tempi, così come i principi etici del processo, simboli di un mondo in cui l’uomo definiva le regole del suo mondo di appartenenza. Pensare di tornare indietro è inimmaginabile. Mai l’uomo ha riportato indietro con successo le lancette dell’orologio della storia. La sfida dell’uomo è capire se l’etica, che ha retto il vivere sociale per secoli, è divenuta “pat-etica” oppure se l’uomo sarà ancora capace di trovare uno spiraglio tra le maglie della tecnica onnivora per offrire criteri di selezione tra il bene ed il male.

Probabilmente, come è sempre accaduto, è la “nuova divinità” a dettare l’etica (e non i principi arrugginiti ed impotenti di altre epoche). Oggi il “nuovo dio” è la tecnica e dunque spetta a questa puntare il dito contro la pseudo-tecnica, quella che illude sui risultati. Allora sarà possibile, anche in ambito processuale, giudicare inaccettabili quelle incursioni tecniche che vengono catapultate come atti di fede e che solamente uno stato di prostrazione dell’uomo verso la tecnica fanno giudicare accettabili per elargire ergastoli.

Certamente, questa tecnica arrembante fa comodo a un mondo in cui tutto è merce e tutto è gettato in una sorta di supermercato degli oggetti e dei valori; del bene come del male. Tutto va venduto e dunque tutto deve essere vertiginoso ed emozionante. Tutto è design della vertigine nel senso che la tecnica riesce a rendere efficiente ed accattivante un oggetto da tavolo come una scena del crimine. E l’uomo di oggi non sa più distinguere il design etico dal design spazzatura; come la prova giudiziaria “fake” da quella effettivamente dimostrativa. L’auspicio è che la tecnica offra dei criteri per distinguere il valore dei prodotti di questo supermercato globale delle merci vertiginose prodotte dalla tecnica.