Dovrebbe essere una buona notizia. Lo sarebbe comunque. Perché, in uno scenario sempre più cannibalizzato dai multisala, quella di un piccolo cinema che lotta, resiste e rinasce è già di per sé una bella storia. E merita di essere raccontata. Fosse solo per quella strana romantica nostalgia che, in barba alle nostre pigrizie quotidiane, continua a scuoterci, ad esempio, ogni volta che prendiamo tra le mani un vinile. Pur sapendo bene che mai rinunceremmo alle comodità del nostro iPod touch. Ma qui c’è dell’altro.

Perché la ristrutturazione del Fulgor, ultimo higlander riminese sopravvissuto alle rigide regole del mercato, oltre che ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, non è soltanto un omaggio al più antico cinematografo della città (è stato inaugurato nel 1914). Quella sala, apparentemente anonima, dal design minimale, con le panche in legno sotto lo schermo, come tante ce n’erano in quegli anni, accarezza il mito. Almeno da quando, siamo a cavallo tra il 1926 e il 1927, un certo Urbano Fellini, che di mestiere fa il rappresentante di liquori e dolciumi, decide di portarci suo figlio. Quel giorno danno Maciste all’inferno, un film muto, ennesimo episodio della saga interpretata da una delle icone del Ventennio: Bartolomeo Pagano. Fuori piove. Il piccolo Federico è in braccio al papà, s’avvinghia a quel cappotto ormai inzuppato d’acqua, avvolto nella nebbia delle sigarette.“Come i primi cinematografi aveva ancora del baraccone, ricordava il palazzo delle streghe del Luna Park”, racconterà molto più avanti. Perché quel bambino così vispo e curioso, che qui ancora tutti chiamano “il Maestro”, anche a 25 anni dalla morte, è Federico Fellini.

Quel cinematografo, inconfondibile con la sua insegna in stile Liberty e che il New York Times ha inserito nella lista dei luoghi da visitare nel 2018, sarà per lui come una folgorazione. Tanto da farlo rivivere spesso nei suoi capolavori, da Roma fino ad Amarcord (Premio Oscar nel 1975), il più autobiografico di tutti i suoi film: è lì che il giovane Titta, in una delle scene più celebri della storia del cinema, tenta il primo approccio erotico con Gradisca. Nonostante, e questo è il paradosso, il regista romagnolo non abbia mai girato un solo centimetro di pellicola nella sua città, filtrando la realtà attraverso i propri ricordi giovanili e ricostruendo, direttamente negli studi di Cinecittà, una Rimini di cartone, a immagine e somiglianza dei suoi sogni di bambino. Tratto indelebile di un cinema visionario in cui il realismo e la filologia lasciano spazio al sogno e a una magia senza tempo.

Ecco perché “il cinema più famoso del mondo”, quello reale, al civico 162 di Corso d’Augusto, non rappresenta soltanto Rimini. Ma l’essenza stessa della settima arte, omaggiata e griffata da un altro Premio Oscar come Dante Ferretti (l’ultima statuetta, sempre con Martin Scorsese, per Hugo Cabret nel 2012). A lui, scenografo di fama mondiale, che con Fellini ha collaborato in sei pellicole, il Comune di Rimini ha assegnato il progetto di allestimento degli interni. Un vero e proprio tributo al cinema il suo, soprattutto quello americano degli anni trenta e quaranta, che affascina e disorienta con quella combinazione rievocativa di rossi e ori. Esagerato, baroccheggiante, tra stucchi e arabeschi, con uno stile che lo stesso Ferretti ha riassunto in un visionario “romagnol-hollywoodiano”. Così vicino eppure così lontano dal minimalistmo di quel “cinemetto” raccontato da Fellini nei suoi film. Insomma, il nuovo progetto dell’architetto Matteini, che mantiene intatti i volumi della sala storica, ricavando un secondo ambiente al piano terra, non si misura soltanto con la storia. Ma rende omaggio al mito.

E finalmente sabato 20 gennaio, proprio nel giorno in cui Fellini avrebbe compito 98 anni, le luci di quel proiettore sono pronte a riaccendersi. Al taglio ufficiale del nastro, il sindaco Andrea Gnassi sarà accompagnato dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Presenti, oltre a Dante Ferretti, tanti ospiti, intellettuali e personaggi, alcuni ancora top secret, dal mondo del cinema. Da Sergio Zavoli all’attore Sergio Rubini.