La famiglia ha chiesto silenzio, ma il mondo continua a chiedersi in che modo Dolores sia andata via così, d’improvviso. La polizia metropolitana di Londra ha aperto un’indagine per capire cosa sia accaduto ieri mattina in quella stanza d’albergo dietro Westminster, dove la frontwoman dei Cranberries alloggiava. Era in città per una session di registrazione, e gli amici che l’avevano sentita nelle ore precedenti l’hanno descritta come “piena di vita”.

Intorno a mezzanotte Dan Waite, manager dell’etichetta discografica Eleven Seven, aveva ricevuto sul telefono un messaggio vocale in cui la O’Riordan elogiava la cover di “Zombie” messa a punto dai Bad Wolves, e “progettava di vedermi in settimana: voleva registrare alcune parti cantate. Era entusiasta, guardava avanti”. Ma Qualcosa ha strappato via tutti i fogli del futuro dall’agenda della 46enne cantante irlandese. Cosa, esattamente? Gli inquirenti hanno prontamente definito la sua morte come “non sospetta”, rimandando al coroner l’analisi delle cause.

Un malore fatale? Una dose incauta dei medicinali che servivano per curare l’ernia del disco e il mal di schiena che avevano costretto la band a cancellare il tour della scorsa estate? Psicofarmaci? O una di quelle malattie incurabili, pietosamente taciute fino all’estremo pur di non turbare i figli adolescenti? Se così fosse, il colpo di maglio del destino spunterebbe subito le penne a quanti sono pronti a iscrivere Dolores O’Riordan nel club delle rockstar suicide, dove da mesi tengono banco Chris Cornell e Chester Bennington, anche loro “pieni di vita” e di impegni all’orizzonte, ma determinati a uscire di scena in modo traumatico e volontario, costringendo familiari e fans a interrogarsi sulla fragilità degli idoli, e se ci ragioni su puoi prendere le distanze da chi decide di togliersi di mezzo, perché ogni suicidio è un tradimento nei confronti di quanti restano da questa parte.

Ma se invece è stato un Fato accidioso a ghermire la musa di Limerick, sarà ancora più complesso elaborare un lutto tanto inaspettato. Che fosse “esposta”, Dolores non lo nascondeva più. Di suicidio parlava, di tanto in tanto, ma quasi come una valvola di sfogo, chiedendosi pubblicamente se quella non fosse la soluzione per trovare pace nel mezzo di un’esistenza tormentosa. Però si sentiva devota madre dei suoi ragazzi, non avrebbe mai compiuto gesti autodistruttivi. La famiglia era la sua “salvation” e il suo Demone. A partire da quel padre che, ancora prima che lei nascesse, aveva subìto danni cerebrali in un incidente, costringendo la figlia a venire a patti con quell’inafferrabile Edipo fondante. Un altro uomo avrebbe abusato di lei quand’era bambina nelle campagne attorno a Limerick, la città che Brendan Behan definiva “piena di religiosità e di merda”, in uno scenario torbido e ancestralmente violento che pareva uscito dai racconti di Edna O’Brien. L’oltraggio al corpo avrebbe fatto sanguinare anche l’anima di Dolores, che avrebbe scoperto la depressione e l’anoressia, fino a una conclamata bipolarità.

Sono una persona estrema, non ho zone grigie”, ammetteva. A salvarla – e a soffocarla – era arrivata, negli anni Novanta, la fama mondiale con i Cranberries. “La celebrità è una cosa bizzarra”, disse poi, in quel periodo di separazione dal gruppo nel decennio Zero del nuovo millennio, “ti pensi indistruttibile, ma se mi guardo indietro scopro di aver avuto un aspetto orribile. Senza rendermene conto, mi ritrovavo da sola nell’oscurità”. Un cono d’ombra psichico dal quale riusciva a sfuggire grazie a un terzo uomo, il marito (e manager dei Duran Duran) Dan Burton, una storia d’amore durata vent’anni e coronata dalla nascita di tre figli. “Resto aggrappata al tuo dito”, cantava Dolores in “Linger”, ogni volta che le cose non andavano bene. E quando il matrimonio si ruppe, la O’Riordan andò in pezzi. Ne fu prova clamorosa l’arresto all’aeroporto di Shannon, quattro anni fa: aggredì fisicamente un poliziotto e un’assistente di volo, alla fine se la cavò con una maximulta. Sperava in una pace interiore, ma sapeva che non l’avrebbe mai trovata.

Il Demone personale l’assediava, quel Demone di ogni irlandese, di chi è nato in una terra scissa e ossessionata da Dio. In “Zombie” aveva cantato delle divisioni d’Irlanda, alluso all’Insurrezione di Pasqua del 1916, gridato alla ricomposizione di quelle fratricide guerre che avevano insanguinato l’isola per decenni, anzi per secoli. Con quella canzone i Cranberries erano stati sinceri e rilevanti almeno quanto gli U2 di “Sunday Bloody Sunday”, ma questi ultimi si erano poi dimostrati ben più paraculi nel giostrare attorno a una credibilità di segno politico, mentre Dolores e i suoi erano rimasti confinati in una nostalgica aura da Anni Novanta che ha indotto ieri, davanti alla tragica breaking news, a commemorare la O’Riordan come un frammento di un’adolescenza collettiva da archiviare definitivamente, l’amarcord diffuso di una nostalgia pop.

Tra i milioni di tweet di tributo spuntati in queste ore, quello dei quattro dublinesi superstar: “Dall’Occidente sorgeva la tempesta della sua voce, lei possedeva questa forza che ti catturava, ma sapeva parlare alla fragilità di tutti noi. Firmato Bono, The Edge, Adam, Larry”. Anche i colleghi italiani l’hanno salutata: Giuliano Sangiorgi (uno che aveva duettato con Dolores, al pari di Pavarotti, Zucchero, Elisa), ha descritto il loro incontro come “un sogno”. Veniva spesso nel nostro Paese, la chanteuse di Limerick. E non disdegnava, tra Sanremo e il Vaticano, di intonare Ave Marie per nulla profane, lei così tosta e ribalda. Il nostro pubblico la amava anche per la quota di sangue latino che le scorreva nelle vene, lei discendente degli spagnoli dell’Invincibile Armada naufragata mezzo millennio fa sulle coste d’Irlanda per generare il melting pot degli Irish Moors, i mezzosangue un po’ celti e molto mediterranei nell’indole e nell’aspetto.

La tragedia di Dolores era partita da molto lontano, nel tempo e nello spazio, e poco conta adesso se l’abbia stroncata la folgore dello spietato Dio irlandese o un Qualcosa che ancora non sappiamo. Oggi conforta immaginarla tra i cavalli del suo allevamento di Killmallock, forse rassenerata nell’alzare lo sguardo verso quelle “Stars” di cui cantava con i suoi Cranberries. Se cercava pace, potrebbe averla trovata. A carissimo prezzo.