Eternamente affidabile. Don Matteo stravince ancora. Undicesima stagione ed è subito record su Rai1. 9.677.000 spettatori pari al 33.87% di share per il primo episodio – L’errore più bello – e 8.657.000 di spettatori con 37.44% di share per il secondo – Scene da un matrimonio. Impossibile resistere al prete che risolve i casi di detection prima dei carabinieri (e che con i carabinieri confligge raramente). Tanto che un blockbuster come San Andreas, su Canale 5, ha raccolto davanti al video 2.762.000 spettatori pari al 12% di share, mentre su Rai 2 l’atteso Le Spose di Costantino ha raccolto la misera cifra di 928.000 spettatori pari al 3.6% di share, e via via le altre reti con il ritorno di Santoto su Rai 3 arrivato 1.139.000 spettatori (4.9%) e Piazza Pulita sceso a 797.000 spettatori (4%).

Dicevamo: a Don Matteo non si resiste. Potrà piacere o non piacere, ma il successo di questa fiction ideata in Italia ed esportata in diversi paesi (tra cui la cattolica Germania e la laicissima Francia) è una di quelle certezze cultural/popolari come la partita della Nazionale di calcio o della prima serata di Sanremo. L’Italia si attacca letteralmente allo schermo tv e segue la svolazzante tonaca nera di Terence Hill che, anche per questa undicesima stagione, si scapicolla tra campi fioriti e antiche architetture di Spoleto in bicicletta. Gesto antico e solenne, ecologico e puro, con tanto di frenata in piedi su un solo pedale come facevano i nostri nonni, Hill/Don Matteo e la sua naturalezza di stile, in questa azione atletica e banale, sono diventati un marchio di fabbrica visivo che nemmeno il più solare e spinto episodio di Montalbano può offrire. C’è poco da aggiungere, stagione dopo stagione. L’intreccio in Don Matteo è spesso meno interessante di uno qualunque degli attesi scambi di battute tra il prete e il maresciallo Cecchini (Nino Frassica). Un po’ come nei Maigret di Simenon dove l’arrivo dei panini imbottiti con le birre, o la cena preparata dalla signora Maigret, erano la rassicurante e ricorrente coperta di Linus a prescindere dall’indagine gialla (che, per inciso, in Simenon era continuamente stuzzicante e travolgente).

Nel primo episodio, L’errore più bello, infatti, il plot subito svapora come nella più convenzionale delle fiction tv italiane. Tutta una questione complicatissima attorno ad una ragazzina adottata che avrebbe attentato alla vita del dottor Maran suo tutore. Obiettivamente qualcosa che non interessa a nessuno. Perché il vero nucleo attrattivo a livello narrativo della prima puntata dell’undicesima stagione di Don Matteo sta sia nell’arrivo del nuovo capitano dei carabinieri, una donna (e già questo porta buffo scompiglio per il povero Frassica), ma ancor di più nella confessione del fidanzato di lei che invece di accettare la proposta di matrimonio ammette di volersi fare sacerdote. Proprio come in uno spot della CEI per l’otto per mille. Con quel tono di voce mellifluo e neutrale. Con la stessa spudorata falsificazione di una banconota da 3 euro in epoca di reale crisi della vocazione.

Don Matteo potrebbe pure finire lì. La sintesi storico/antropologica italiana del rapporto stato/chiesa si ravviva in apertura di stagione. Non bastava la straordinaria presenza fisico-atletica di Don Terence Hill, che sembra uscito da un qualsiasi frame di Trinità o dal salto della staccionata di Nino Castelnuovo nel celebre spot dell’olio Cuore. La fiction diretta Jan Maria Michelini, e ideata da quella vecchia volpe di Enrico Oldoini (uno che ha girato capolavori comici come Yuppies e Bellifreschi, ma anche diversi cinepanettoni), rispetta i canoni di un discorso iniziato oramai 18 anni fa, poi continuamente confermato. Don Matteo rassicura e protegge. Don Matteo non perde mai le staffe e non dice una parolaccia che una. Sempre. Probabile continuerà monoliticamente così per altri dieci anni. E altrettanto probabile verrà seguito con un flusso di spettatori più o meno identico. È l’Italia televisiva bellezza, e non ci puoi fare niente.