Quando nel 2011, al compimento del primo anno di vita del mio primo figlio, aprii il blog genitoriprecari.it e subito dopo quello sulle pagine del Fatto sullo stesso argomento mi dissi: sarà un blog a scadenza.

Ero convinta, infatti, che l’argomento si sarebbe prima o poi risolto con l’adeguamento dell’Italia a tutti i parametri europei in termini di maternità, paternità, diritti delle famiglie e dei bambini.

A sette anni di distanza da quel primo post in cui indicavo i motivi del come e del perché aprire un blog che raccontasse la vita inconciliabile delle famiglie d’oggi, sempre in bilico tra pappe, pannolini e contratti a atipici, mi viene da pensare che questi articoli devono proprio essere piaciuti tanto per non voler trovare il modo di smentirne i contenuti.

Sarà una visione un po’ egocentrica, lo ammetto, ma davvero non capisco i motivi per cui, al succedersi dei governi, mentre il resto del molto va avanti su tema delle politiche rivolte alle famiglie e alle donne, noi arretriamo.

Due sono i nuovi campanelli di allarme, che guarda caso vanno a braccetto. Se infatti da un lato i dati a disposizione dell’Ispettorato nazionale del Lavoro ci dicono che in Italia nel 2016 c’è stato un boom di dimissioni per le neo mamme (in 25mila hanno lasciato il lavoro per l’impossibilità di conciliazione), dall’altro secondo i dati dell’Istat quasi la metà delle donne in età fertile rinuncia ad essere madre. Un numero che in Italia si attesta a 5,5 milioni di donne, praticamente una donna su due. Il secondo andamento si spiega col primo che tradotto vuol dire: 5,5 milioni di donne in Italia non vogliono correre i rischi di quelle 25mila che hanno dovuto rinunciare al lavoro per la famiglia.

Di questi dati, due sono le notizie su cui riflettere: la prima è che per gli uomini non vale lo stesso, anzi: su 7.859 papà che hanno lasciato il lavoro, 5.609 sono passaggi ad altra azienda. La cura della famiglia è dunque ancora una questione da affrontare in termini di politiche di genere con ricadute diverse tra uomini e donne. La seconda è che una donna su due non sceglie deliberatamente (e quindi in maniera del tutto giustificata) di non diventare madre, semplicemente rinvia perché non è nelle condizioni di farlo e il rinvio diventa poi rinuncia. Una rinuncia di cui ho parlato spesso, definendola la non-scelta delle donne, che non significa impostare la propria vita in un certo modo ma adeguarsi a una privazione.

Questa deriva è frutto non solo di assenza di invertenti ma di interventi sbagliati o miseri, come il bonus bebè, già inadeguato all’inizio e ora ridotto all’osso. Soluzioni tampone di cui a pagare un prezzo troppo alto sono sempre e solo le donne.

E’ necessario quindi correre ai ripari, ed è necessario farlo presto altrimenti questa volta sì che mi vedrò costretta a cambiare il blog, da genitori precari e genitori in estinzione.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Aspetti un bambino? Il prezzo della culla è scontato e il test te lo fa Ikea: lo spot che fa discutere

next
Articolo Successivo

Gli alieni esistono, sono verdi e votano Salvini

next