Parte forte dicembre con i suoi film al cinema. “A cosa servono i morti?” ne è il mantra didascalicamente esistenziale, ma “Chi è stato il vero patriota, chi è scappato o chi è rimasto?” è l’interrogativo cocente che chiamandoci in causa sgattaiola fuori da questo Cento Anni, documentario affascinante di Davide Ferrario presentato al Torino Film Festival e nelle sale dal 4 del mese. In forma di recital con Marco Paolini o di performance musicale e racconti di famiglia sul nonno squadrista direttamente da Massimo Zamboni, il percorso di Ferrario lungo un’Italia di disastri e rinascite parte da Caporetto espandendosi sulla Resistenza, i fatti di Piazza della Loggia e la crisi demografica di oggi. Vero e proprio grido di partecipazione, andrebbe proiettato nelle scuole. Magari se ne facesse un adattamento per un’istruttiva serie tv. A proposito della sua forma estetica Ferrario ha scritto: “Il documentario non può essere solo il suo contenuto, ma dev’essere anche una riflessione sul cinema e sui modi della messa in scena. Dopo Piazza Garibaldi e La zuppa del demonio, l’ultima puntata della mia trilogia sulla storia italiana”.

Quando esce un film di Andrey Zvyagintsev la terra sotto i suoi spettatori trema. Se con il monumentale Leviathan scuoteva la coscienza politica scoperchiando le infamie dell’attuale burocrazia russa, con Loveless racconta la ricerca spasmodica di due genitori egoisti e in rotta: il figlio dodicenne li ha sentiti litigare scoprendo l’imminente divorzio, così sparisce nel nulla. Da un incipit semplicissimo l’autore crea una micro odissea trasformandola in grande cinema dell’oggi. Lucido, incredibilmente realistico ma con un prologo/epilogo severamente poetico, Loveless ha un cast meraviglioso. Rifarsi una vita, una famiglia prima di sistemare quella che si vuole cambiare porta delle conseguenze, e il racconto morale del regista russo colpisce duro. Al cinema dal 6 dicembre, oltre al Premio della Giuria a Cannes è anche il candidato della Russia per la Nomination all’Oscar.

Suburbicon guarda alla famiglia in maniera differente da Loveless. Film coheniano di forma e contenuti, vede i Joel e Ethan Cohen firmarne il copione insieme a Grant Heslov e George Clooney, che stavolta resta a dirigere dietro la macchina da presa per far spazio a Matt Damon. Nel perbenismo americano bianco come il latte della squisita Suburbicon è arrivata una sgradita famiglia di colore. Nel frattempo Damon perde la moglie durante una rapina, ma i sospetti non tardano a cadere su di lui e sulla gemella di lei, una Julianne Moore doppiamente brava e adatta a qualsiasi ruolo. La commedia nera è girata con gusto, poi vira nel giallo. Occhiali alla Malcolm X e pancia sul divo Damon cesellano le tinte noir di quel tanto altro che rende questi film interessanti, ma si mantiene contemporaneamente quella vigoria rassicurante da Technicolor anni ’50. Film ironico e intelligente piacerà agli spettatori più maturi.

Sempre il 6 la famiglia viene osservata dalle parti dell’Islam parigino dall’ex-documentarista Sou Abadi con la piacevole commedia Due sotto il burqua. Difficile continuarsi a frequentare quando il fratello della tua ragazza si addentra nell’integralismo più becero chiudendola in casa per ripararla dalle “perdizioni” dell’Occidente. Eppure si tratta di vita, lavoro, amore. Così travestirsi con un burqa diventa il passepartout per vedersi. Ispirandosi a episodi reali, non solo della sua vita, al Cyrano e poi al A qualcuno piace caldo del suo mito Billy Wilder, la Abadi porta al cinema un tema spinoso in forma di commedia, senza offendere né predicare morali, ma offrendo spazio a un pensiero di convivenza e rispetto dell’altro e della diversità religiosa. Tutto con armi forti e accattivanti: risata e sentimento.

Se ci spostiamo in Libano invece troveremo L’insulto. Da un banale litigio tra due uomini nasce una causa penale che diventa caso mediatico spaccando il Paese. Anche il film di Ziad Doueri ambisce alla Nomination per il film straniero. Insieme a Loveless e A Ciambra farebbe un tridente davvero tosto. Ma il libanese, magnifico pur con un’estetica asciutta e sobria, ci tempesta di dilemmi morali sulla colpa e sulle strade infinite per le quali essa passa. Si parla dei palestinesi, del pregiudizio storico che li perseguita e delle vittime invisibili delle guerre mediorientali che seguiamo distrattamente in tv da anni. La sua potenza politica con la valenza di inflessibile lezione sociale. Come anche la coriaceità dei suoi protagonisti.

Per finire, che proposta cinematografica sarebbe senza “qualche” pistolettata? In Free Fire il plot è semplice. Due bande. Una coi soldi, l’altra con le armi. Lo scambio di notte in una fabbrica abbandonata, ma qualcosa va storto e le battute al vetriolo diventano sparatoria. Con Cillian Murphy, Brie Larson, Armie Hammer, Sharlto Copley e Noah Taylor tra una pioggia di proiettili, sangue e frasacce da gangster più tarantiniani con battute alla Guy Ritchie che scorsesiani. Dopo aver accompagnato come produttore esecutivo il regista di A Ciambra, Martin Scorsese sceglie infatti un altro “nipotino” di macchina da presa per fare un po’ di cine-baldoria come ai vecchi tempi: il regista inglese Ben Wheatley. Il risultato è una specie di Main Street in salsa Le Iene, exploitation allo humour nero distillato in gangster movie spara tutto. In sala per l’Italia dal 7 dicembre, ben congegnato e di cast ottimo sarà perfetto per una serata “maleducata”, ma senza pretese “alla Steve McQueen”.

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