Reggio Emilia brucia. Un’altra auto a fuoco nella notte in provincia nel comune di Cadelbosco, ancora una volta per cause dolose. E’ una Mercedes Classe A che secondo le prime informazioni appartiene alla cognata di Antonio Crivaro, imputato nel rito ordinario del primo maxi-processo Aemilia per ‘ndrangheta che si sta celebrando in questi mesi proprio a Reggio Emilia. E’ la settima autovettura che finisce in fiamme in provincia dall’otto agosto ad oggi. Solo cinque giorni fa il rogo all’ora di cena della Volkwagen Golf della moglie di Francesco Citro, 31enne ucciso qualche ora più tardi a colpi di pistola sul pianerottolo d’ingresso della propria abitazione a Villanova di Reggiolo.

Pochi elementi sull’ultimo incendio: vigili del fuoco e carabinieri sono arrivati a Cadelbosco Sotto, frazione di Cadelbosco Sopra, poco dopo mezzanotte ed hanno accertato l’origine dolosa delle fiamme. L’auto era in via Landi nel parcheggio sotto casa dei proprietari, parenti di Antonio Crivaro, cutrese arrestato la notte del 28 gennaio 2015 con l’accusa prevista dal 416 bis: associazione di stampo mafioso. Per la Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna era esperto di operazioni finanziarie e fideiussioni, ed operava a stretto contatto con Antonio Gualtieri, ritenuto uno dei sei capi della cosca emiliana.

A processo è anche Salvatore Silipo, come Crivaro originario di Cutro, che nella notte di domenica 6 agosto aveva visto andare a fuoco sotto casa la Fiat Punto della moglie in via Zambonini a Reggio. In quel caso gli autori dell’incendio avevano lasciato una tanica di benzina vicino all’autovettura; il collaboratore di giustizia Salvatore Muto lo indica come un segno di intimidazione, una firma per spaventare la vittima. Il 9 ottobre invece a Castelnovo Sotto, a tre chilometri di distanza dal rogo di questa notte, era bruciata un’Opel Antara intestata ad una concessionaria mantovana, utilizzata da un cittadino del paese nativo di Milano. La benzina in quel caso era stata usata per impregnare gli interni dell’auto. Il 14 ottobre nel quartiere San Prospero Strinati di Reggio Emilia bruciava verso mezzanotte la BMW X5 di un imprenditore edile di 45 anni, Francesco Ranieri, per il quale vale la regola del “non c’è due senza tre”: le altre due auto di sua proprietà erano finite in fiamme a Cutro e ancora a Reggio. Meno di 24 ore dopo a Sant’Ilario, ai confini con Parma, andava a fuoco la Golf di una donna di 48 anni originaria di Catanzaro. Prima le hanno danneggiato l’auto, poi l’hanno bruciata. E infine arriviamo a novembre, con il record che spetta al comune di Reggiolo: tre incendi dolosi ad altrettante auto nel giro di una settimana. L’ultimo venerdì scorso, con l’epilogo tragico dell’attentato che non ha lasciato scampo all’autista di camion Francesco Citro.

Cosa sta succedendo? Se lo chiedono gli investigatori e se lo chiede la gente. Le indagini non hanno per ora svelato un possibile movente sull’omicidio di Reggiolo e si continua a guardare in tutte le direzioni, attraverso un lavoro congiunto della Procura Antimafia di Bologna e di quella ordinaria di Reggio Emilia. La preoccupazione è palpabile in provincia e una riunione dei Comuni della Bassa Reggiana, inizialmente prevista a Novellara, è stata spostata a Reggiolo dove è avvenuto l’omicidio. Inizia questa sera e saranno in tanti a partecipare, a partire dai sindacati Cgil Cisl e Uil che segnalano un possibile collegamento con il processo in corso: “Il rischio che l’associazione di stampo mafioso alzi il tiro contro la legalità e la democrazia, mentre il processo Aemilia sta svelando tutti gli affari illeciti e i delitti commessi dalla cosca reggiana, è sempre presente”.

In aula, anche questa mattina, il collaboratore di giustizia Salvatore Muto continua a raccontare fatti dettagliati e ad accostarli agli imputati. Le violenze in carcere, i tentativi di condizionare i testimoni con messaggi registrati su schede micro sd che entrano ed escono tranquillamente dalle case circondariali, la creazione di nuovi gruppi che non ricalcano i precedenti organigrammi della Famiglia reggiana di ‘ndrangheta, sono segnali che fanno pensare ad un momento di svolta, con il palpabile nervosismo di chi è dietro le sbarre o ascolta dall’aula in libertà vigilata. La preoccupazione in città è che la tensione generi nuova violenza; l’omicidio della scorsa settimana e le auto che “non bruciano da sole” aggiungono nuovi motivi di paura.