E’ morto a 31 anni, freddato sulla porta di casa poco prima di mezzanotte a colpi di pistola. Francesco Citro era sposato con due figli piccoli: 2 e 7 anni. I vicini di casa hanno sentito le urla dalla finestra della moglie che chiedeva aiuto e hanno visto il corpo senza vita dell’uomo sul pianerottolo d’ingresso. Tre ore prima nello stesso posto qualcuno aveva dato fuoco all’auto della moglie di Francesco e gli stessi vicini, assieme ai Vigili del fuoco, erano corsi ad aiutarlo per spegnere le fiamme. Siamo a Villalunga di Reggiolo, a dieci chilometri dal Po, nella Pianura Padana della provincia di Reggio Emilia dove la violenza della ‘ndrangheta è pane quotidiano nelle udienze del maxi-processo Aemilia e il primo pensiero, quando le pistole sparano o le auto bruciano, corre sempre lì, agli affari e ai regolamenti di conti della mafia trapiantata in Pianura Padana.

I carabinieri sono al lavoro e il prefetto Maria Grazia Forte ha convocato per il pomeriggio del 24 novembre una riunione del comitato per l’ordine pubblico. Il comunicato diffuso al termine dell’incontro lascia intendere che fare ipotesi è al momento prematuro, ma gli elementi che destano preoccupazione si sommano. L’auto bruciata della famiglia Citro è la terza che va a fuoco nel comune di Reggiolo nel giro di una settimana, con l’aggiunta di un camion dato alle fiamme a luglio scorso nel cortile di una fabbrica. Solo tre giorni fa l’ultimo rogo nella notte: la Volkswagen Polo di una donna di 55 anni. Sull’origine dolosa nessun dubbio per le tracce di sostanze acceleranti necessarie a scatenare le fiamme. Siamo in un comune che non arriva a 10mila anime e quando troppe auto bruciano, come ci insegnano le cronache dei processi Pesci e Aemilia, è difficile credere a semplici coincidenze. L’eventuale filo che collega questi eventi dolosi e l’omicidio di Francesco Citro lo dovrà cercare il sostituto procuratore Valentina Salvi che coordina le indagini. Il sindaco di Reggiolo Roberto Angeli invita i suoi cittadini a parlare dell’accaduto in un incontro già programmato per martedì prossimo, nel quale si ricorderà anche la figura di Peppino Impastato, il giornalista ucciso da Cosa Nostra nel 1978.

Francesco Citro era incensurato; guidava autobus e corriere per aziende locali, aveva lavorato in precedenza in una azienda artigiana del padre Carmine. Originario di Torre Melissa, in provincia di Crotone, viveva da lungo tempo in Emilia. Aveva studiato in un istituto tecnico di Carpi e si era sistemato da qualche anno a Villalunga con la famiglia. Il suo nome è estraneo al processo Aemila, sebbene tra le sue amicizie nelle pagine Facebook ritornino cognomi che quotidianamente scorrono anche nelle cronache delle udienze. Ma è troppo poco allo stato attuale per azzardare collegamenti.

Il comune di Reggiolo dove risiedeva Citro è invece presente al processo come parte lesa, per la brutta storia della gestione post terremoto conseguente alle distruzioni del maggio 2012. Imputati sono i titolari della impresa Bianchini Costruzioni srl, che secondo la Direzione Antimafia ottenne appalti diretti e indiretti in maniera illecita e utilizzò manodopera fornita dalle imprese della ‘ndrangheta. Venne anche scoperto che materiale altamente nocivo contenente amianto era stato utilizzato nelle pavimentazioni delle aree destinate alla ricostruzione, in particolare per scuole primarie e secondarie. L’appalto per la scuola di Reggiolo lo vinse la regina delle cooperative di costruzione Coopsette (in liquidazione coatta dall’ottobre 2015) che a sua volta girò il subappalto alla Bianchini Costruzioni srl. Sindaco di Reggiolo era allora Barbara Bernardelli, che secondo i verbali di Aemilia si distinse intervenendo con forza e tempestività nell’imporre la rimozione dei materiali nocivi, mostrando assoluto rigore e intransigenza. Non è più stata ricandidata a sindaco.