Per essere uno che ha poco meno di quarant’anni di cose ne ha fatte, Cesare Cremonini. La storia è arcinota. C’è Bologna, ci sono dei successi giovanili che diventano classici, c’è uno che, per dirla alla John Fante, non sembra avere paura delle emozioni, e quindi le canta, da quasi vent’anni. Passato ricco, futuro, possibilmente, anche. Perché Cremonini di immaginazione ne ha, e se non bastasse quel che c’è stato prima, a confermarlo arriva Possibili Scenari, il suo sesto album in studio che esce domani per Universal.

Possibili Scenari. Quelli nei quali il cantautore bolognese accompagna chi ascolta, come fosse un libro in musica. Un libro in musica che, va detto, suona da Dio. Capitolo dopo capitolo, episodio dopo episodio, Cremonini racconta storie. “Dalle ultime ricerche di mercato si evince che la gioia è ancora tutta da inventare“, canta Cesare nella title track, brano tra i più corposi dell’album, con sfumature inaspettatamente dark.

E se ancora nessuno è riuscito a brevettarla, la gioia, ci prova lui, col pop acustico di La Isla (papabile hit che te la immagini ‘uscire dalle radio’ mentre compri il gelato in spiaggia e che, c’è da scommetterci, sarà il singolo estivo) oppure con la dinamica vanziniana di Al tuo matrimonio, una canzone che si fa film. E quasi te lo immagini Cesare, col vestito stropicciato, a fare casino alle nozze di qualcuno. Ruffianerie da classifica, in questo disco, non ce ne sono molte, men che meno in brani come Nessuno vuole essere Robin (‘instant classic’ cremoniniano, tra le punte migliori del disco) o La macchina del tempo. E poi, c’è Poetica. La ballad che ha anticipato il disco e che accidenti Cremonini, quanta classe.

Possibili Scenari esce a distanza di tre anni da Logico, e porta con sé una notizia che di scenario ne disegna almeno uno niente male. Luci di San Siro accese. Un grande palco. Tanta, tantissima gente. Perché Cremonini si prepara a un tour negli stadi che toccherà quattro città italiane (il 15 giugno a Lignano, il 20 giugno a Milano, il 23 giugno a Roma e in chiusura a Bologna il 26 giugno). Sessantamila i biglietti venduti nella prima settimana: se il trend si conferma positivo, c’è da scommettere che sarà un altro bel pezzo di strada, per il cantautore bolognese. Uno che da due anni a questa parte è stato sdoganato anche da un certo “pubblico indie” (se mai ne esiste ancora uno). Uno che è lì, sul punto più alto di quel diabolico K2 che sono le classifiche italiane da quasi vent’anni. E un salto in cima, sulla vetta, ai tempi di Spotify e delle hit da mangiare in piedi come un panino all’Autogrill ce lo fanno in tanti. Giusto il tempo di piazzarci una bandierina. Tornarci e ritornarci, quella si che è una cosa complicata. Buona per uno che, piaccia o no, ha saputo diventare un aggettivo. E chissà se pure lui, come Fellini, l’aveva sognato fin da ragazzo.

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