Uno spettacolo surreale quello offerto in streaming dalla Commissione d’inchiesta sulle banche, con il direttore generale della Consob, Angelo Apponi, e il capo della Vigilanza della Banca d’Italia, Carmelo Barbagallo, chiamati a deporre in veste di testimoni. La maggior parte dei commissari si è mostrata del tutto inadeguata al compito di formulare domande precise e circostanziate e le audizioni si sono inutilmente protratte per ore, con i testimoni chiamati più e più volte a ripetere sostanzialmente le stesse cose già dette la settimana scorsa. Alla fine si è arrivati con molta fatica a chiarire un paio di cose.

La prima, che già si sapeva, è che in questi anni l’attività di vigilanza non ha funzionato molto bene e che il dialogo tra autorità di controllo sostanzialmente non c’è stato. Lo stesso Barbagallo nel corso della sua audizione ha dovuto ammettere che, anche alla luce di quanto è accaduto, vanno riviste le regole. L’altro aspetto è che in realtà non c’è alcuna contraddizione tra quanto dice la Consob e quanto sostiene Banca d’Italia: tutte e due le istituzioni giocano in perfetta armonia allo scaricabarile sulla pelle dei risparmiatori truffati e su quella dei contribuenti incolpevoli, chiamati a coprire i buchi delle banche con miliardi di euro. Non avendo riscontrato contraddizioni tra le due versioni (Barbagallo ha confermato che Banca d’Italia non ha inviato alcun documento o informativa a Consob in merito alle modalità con le quali la Popolare vicentina fissava il prezzo delle sue azioni) è venuta anche meno la necessità di procedere al confronto diretto fra i due testi.

Per contro, è emerso una volta di più come la Banca d’Italia non tenga in nessun conto le conseguenze sui risparmiatori di determinate azioni. In merito alle azioni della Popolare di Vicenza e alle carenze nel meccanismo di formazione del prezzo individuate da Bankitalia fin dal 2001, Barbagallo ha ipotizzato (all’epoca non era lui a capo della vigilanza di Via Nazionale) che i rapporti ispettivi non siano stati inviati alla Consob perché il fatto “non rientrava nelle procedure” dei protocolli di collaborazione tra le due autorità e che il problema del meccanismo di formazione del prezzo “fosse di tipo procedurale” e potesse essere risolto dall’intervento della stessa Banca d’Italia, “come poi fu fatto” nel 2010, quando proprio dietro le insistenze di Via Nazionale il meccanismo venne modificato e a Vicenza si dotarono anche del parere congruità di un esperto indipendente.

Peccato che però mentre la Banca d’Italia si adoperava per risolvere il problema “procedurale”, quelle stesse azioni continuavano a essere vendute a ignari correntisti, indotti a fidarsi della bontà dell’investimento nella propria banca “popolare”. Una truffa ben conosciuta dalla Banca d’Italia, che però si è ben guardata dal mettere in guardia i risparmiatori: come già scritto sulle colonne di questo giornale, a Via Nazionale sarebbe bastato imporre (era nei suoi poteri farlo) la lettura di una propria lettera all’assemblea dei soci, richiamando la loro attenzione sulle modalità con le quali era stata formulata dal cda della banca la proposta di prezzo delle azioni su cui l’assemblea annuale era appunto chiamata a votare. Un rimedio semplice ed efficace che avrebbe permesso agli azionisti di prendere delle decisioni consapevoli e avrebbe potuto evitare tanti guai a migliaia di famiglie.

Invece Banca d’Italia non ha detto una parola e si è guardata bene anche dall’informare la Consob, cui spetterebbe la vigilanza proprio su questi casi ma che per anni ha preferito dormire, non accorgendosi ad esempio di come la base azionaria di certe banche popolari sia arrivata a raddoppiare, triplicare e addirittura quadruplicare nel giro di pochi anni. Nessun campanello d’allarme, nessun controllo, nessuna ispezione finalizzata ad accertare se le profilazioni Mifid della clientela venissero effettivamente rispettate. E anche quando determinate cose sono state segnalate dalla Banca d’Italia, come ad esempio nel 2013 tra le altre cose la non congruità del prezzo delle azioni Veneto Banca, la Consob non ha fatto sostanzialmente nulla per anni, salvo poi sostenere che se fosse stato trasmesso l’integrale rapporto di vigilanza anziché una sintesi “allora avremmo senz’altro agito in modo diverso”.

Una colossale presa in giro. Ma il punto è che, oltre ai casi del recente passato, ancora nulla è stato fatto per intervenire sul presente e sul futuro. In questi giorni abbiamo assistito alla debacle borsistica del Credito Valtellinese (in due sedute ha praticamente dimezzato il suo valore) che ha annunciato un aumento di capitale da 700 milioni (tre volte la sua capitalizzazione di Borsa) per coprire le svalutazioni dei suoi npl. Stiamo parlando di una banca di medie dimensioni, quotata in Borsa, vigilata direttamente dalla Banca d’Italia (e non dalla Bce) e sulla cui gestione gli stessi azionisti hanno sollevato ben più di un dubbio: siamo sicuri che sia tutto a posto? E che dire delle decine di altri casi come questo?