Nel mezzo del cammin di piazzale Flaminio, a due passi da piazza del Popolo e a uno degli ingressi a villa Borghese, sorge la Stazione Roma-Viterbo: un girone infernale in cui ogni giorno – secondo il rapporto Pendolaria di Legambiente – passano 70mila persone. Una linea che da sempre Legambiente definisce tra le peggiori d’Italia e siamo a Roma, capitale d’Italia, sede delle massime istituzioni politiche e amministrative del Paese. I romani, volenti o nolenti, si abituano a tutto: anche a un ragazzo che orina nella metropolitana.

Nessuno chiama la polizia perché sa benissimo cosa rischia:
1) che le forze dell’ordine non arrivino e nel frattempo si pigli pure una scarica di randellate dagli amici dell’orinante;
2) che se anche i poliziotti arrivassero in tempo per prendere il pisciatore seriale, che gli potrebbero fare?

Ma torniamo alla Roma-Viterbo, una linea che sembra uscita dal set cinematografico di un film che racconta come si viaggiava nella prima metà del secolo scorso: di moderno ci sono solo i tornelli presidiati da controllori così svegli e vigili che, anche negli orari di punta, devi guardarti alle spalle da chi cerca di infilarsi dietro di te per entrare senza biglietto.

Lo smog nella stazione di piazzale Flaminio – di proprietà della Regione Lazio e gestita da Atac – è pesante. Te lo senti addosso, lo respiri, quasi lo tocchi: appese al soffitto penzolano ventole incrostate e immobili, chissà da quanto (no, scusate: le ventole me le sono inventate, perché proprio non ci sono).

Sul tema sicurezza allego invece un interessante testo, piuttosto chiaro direi. La quotidianità per chi utilizza questa linea può essere fatta di:
1. Sedersi attendendo che parta il treno fermo in stazione su uno dei due binari. Fino a quando passa un controllore e avvisa che quel treno non partirà. La calca di persone mugugnando scende e risale dall’altra parte. Il motivo di questa transumanza quotidiana? Non è dato sapersi anche se una signora esausta in romanesco svela l’arcano: “Se stanno a prende’ er caffè ar bar”. Intende i macchinisti, in ben altro affaccendati: dunque più semplice far scendere i passeggeri.
2. Di arrivare da Viterbo verso Roma e trovare che alla fermata “Due ponti” le porte aprono dalla parte opposta alla banchina, ovvero direttamente sul binario dove transita l’altro treno: pericolosissimo ovviamente. Il gruppo di autisti che, terminato il turno viaggia insieme ai passeggeri, resta muto. Alcuni si guardano quasi imbarazzati temendo che qualcuno chieda loro conto di quello che sta avvenendo. Qualche minuto in silenzio, le porte sempre aperte dalla parte opposta rispetto al marciapiede. Se dovesse scendere qualcuno e arrivasse il treno dalla parte opposta sarebbe una tragedia. Poi la spiegazione “ce  stava er figlio sulla banchina”. Traduzione: evidentemente chi stava guidando voleva salutare il proprio pargolo in attesa sulla banchina opposta. Vi assicuro non mi sto inventando niente. Anzi, il comitato dei pendolari di questa linea si è appellato alla Corte europea di Strasburgo.

Certo, qualcuno potrebbe ricordare a ragione che sulla Cumana di Napoli le cose vanno peggio. Ma per chi viaggia con i mezzi pubblici, in Italia, non dovrebbe sempre essere un rincorsa al ribasso, giusto?

Torniamo nella capitale, dove esattamente un anno fa il governatore del Lazio Nicola Zingaretti prometteva: “Vogliamo una tratta che sia più veloce e sicura”. Aggiungere dettagli sulla sporcizia, l’usura e la fatiscenza dei convogli sarebbe come sparare sulla Croce Rossa: le immagini di seguito mi sembrano abbastanza esaustive.

Infine un piccolo dettaglio non di poco conto: il traffico su questa linea di Roma capitale è ancora regolato dal cosiddetto “giunto telefonico”: il macchinista con una telefonata chiede alla centrale il permesso di passare. Per chi non lo ricordasse è lo stesso sistema che avrebbe causato il grave incidente di Andria, avvenuto nel 2016 lungo la linea ferroviaria Bari-Barletta.

e.reguitti@ilfattoquotidiano.it

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