Tintoretto, Tiziano, Carpaccio, Paolo Veneziano. Otto capolavori del Medioevo e del Rinascimento, dal valore inestimabile, al centro di un caso internazionale che dura da mesi sull’asse tra Italia e Serbia. In realtà da quasi settant’anni si trovano al Museo nazionale di Belgrado, ma ora l’Italia prova a riprenderseli. In particolare ci prova la Procura di Bologna che indaga per ricettazione e con una rogatoria internazionale chiede al tribunale superiore di Belgrado di sequestrare i dipinti in modo da confiscarli. Secondo i pm, infatti, le indagini condotte dai carabinieri del nucleo per la tutela del patrimonio hanno accertato in modo “incontrovertibile” che tutt’e otto le opere furono esportate illecitamente dai tedeschi. Più precisamente con un treno speciale con destinazione Berlino sul quale i quadri furono imbarcati per ordine di Hermann Goering, gerarca nazista, vice-cancelliere del Terzo Reich, numero due di Adolf Hitler oltre che capo della Luftwaffe. Fu Goering, grande appassionato di arte italiana, negli anni Quaranta a prelevare direttamente gli otto capolavori – di proprietà della famiglia Contini-Bonacossi – da un antiquario di Firenze.

Secondo i magistrati di Bologna, dunque, quei quadri dovevano tornare in Italia già nel Dopoguerra perché erano stati esportati in modo illecito. Invece finirono in Jugoslavia, a Belgrado, come indennizzo di guerra, dopo essere finiti nelle mani degli Alleati. Tutto infondato, secondo i magistrati italiani: “In base al diritto allora vigente, l’eventuale consegna alla Jugoslavia, a scopo risarcitorio, delle otto opere d’arte italiane, non sarebbe stata consentita – scrive il sostituto procuratore Roberto Ceroni – né dalla prassi seguita al Punto di raccolta, né dalle convenzioni internazionali. Né si può sostenere, come invece fa l’autorità serba, che l’acquisto avvenne per usucapione”. Dall’atto emerge anche che è stato chiesto il giudizio, per reimpiego illecito, per chi nel 2004 curò la mostra che ospitò i quadri a Bologna.

Così è iniziata, nel dicembre scorso, la battaglia legale tra la magistratura italiana e quella serba: una prima richiesta era stata respinta dalla giustizia di Belgrado. In quel caso la motivazione fu che “non erano stati soddisfatti i presupposti legali prescritti dalla legge sull’assistenza giudiziaria internazionale in materia penale”.

Nel merito, però, i pm di Bologna fondano la loro azione dalla posizione che l’Italia ha mantenuto sempre dal 1950, secondo la quale il commercio cosiddetto legale con i nazisti dal 1936 al 1945 – secondo una legge retroattiva – andava considerato come saccheggio del patrimonio culturale e non come normali compravendite. Allo scontro tra tribunali si è aggiunto il confronto tra studiosi, esperti e storici dell’arte serbi, secondo i quali le preziose tele sono conservate legalmente al Museo Nazionale di Belgrado e non vanno restituite all’Italia.

Ma negli archivi degli Uffici Esportazioni Nazionali non c’è traccia di autorizzazioni all’esportazione dei dipinti. Anzi: esiste anche un documento del governo militare alleato in Germania che disponeva, fin dal 31 luglio 1947, la restituzione all’Italia delle opere. Una restituzione mai avvenuta.

La Procura bolognese chiede quindi ai colleghi serbi di sequestrare i quadri e di interrogare anche due dipendenti del museo di Belgrado per ricostruire come le opere siano arrivate fin lì. Modalità ancora “tutte da chiarire”, sottolinea il pm di Bologna Roberto Ceroni. Per gli inquirenti emiliani infatti le opere non tornarono indietro, in Italia, per via di un’appropriazione indebita di Mimarà Topic e Wiltrud Mersman: il primo era un antiquario giramondo e falsario d’arte, amico di Goering; la seconda una donna che lavorava al Collecting Point di Monaco di Baviera e che poi divenne la moglie dello stesso Topic. Ma di come i quadri furono destinati al Museo, secondo la Procura di Bologna, occorre “chiarire ogni aspetto”.