di Fabio Manenti

7, 2, 5, sulla ruota di Palermo e tutte. Il 7 sta per gli anni di reclusione – ridotti poi a meno di cinque – per l’ex governatore “nenti vitti” Totò Cuffaro, per aver inserito nelle liste elettorali 2011 “persone gradite ai boss rivelando, in più occasioni, a personaggi mafiosi l’esistenza di indagini in corso nei loro confronti”.

Il secondo numero, 2, sta per gli anni di reclusione per voto di scambio concessi al suo successore di poltrona, Raffaele Lombardo. 5 invece ne avrà a disposizione l’erede dei due galantuomini per rimescolare la Sicilia (cambiare è un parolone): anni che sono granelli di niente nella storia dell’isola, pilastri di cemento per gli ecomostri che verranno.

C’è da scervellarsi: né a moltiplicarli né a sommarli quei numeri giustificano lo sbadiglio pigro, asmatico e cieco di quel 53,24% di siciliani che ha scelto il boh, fate voi. Oggi non permetteranno a nessuno di decidere per loro quanto zucchero mettere nel caffè, ieri hanno scelto che qualcun altro decidesse per loro i prossimi anni di Sicilia.

L’isola con tre punte e popolazione a tre S – Senza lavoro, Statali o Scappati – non vuole saperne di cambiare. Peggio: non vuole saperne di niente, che sia destra, sinistra, grillino, antimafioso, profeta o ciarlatano. Hanno sbagliato loro, i candidati – diranno – a non saper coinvolgere la brava gente; ma la brava gente è quella che rispetta i propri doveri, e votare lo è.
Una gigantesca alzata di spalle oggi che diventerà lamentala fine a se stessa domani.

Orgogliosi in potenza, gonfi di bellezza e di ciò che potremmo essere, noi siciliani votiamo la rassegnazione. Il futuro è di chi se lo costruisce, tutto il resto è solo scorrere di tempo perso. E la Sicilia ha una falla di tempo perso.