Homo videns. “Per lui le cose raffigurate in immagini contano e pesano più delle cose dette in parole”. Ricorrono quest’anno i vent’anni dalla pubblicazione di quello che è stato probabilmente il saggio più irriverente di Giovanni Sartori. Una profezia che si è rivelata, per certi versi, così aderente alla realtà da risultare oggi quasi banale. E secondo il Quattordicesimo Rapporto Censis – Ucsi sulla comunicazione, la mutazione antropologica di cui parlava Sartori sembra essere non solo definitivamente compiuta, ma anche passata a un livello successivo.

Nel panorama mediatico ridisegnato da internet, nel 2017 la tv è ancora il mezzo di comunicazione più seguito in Italia: ne fruisce, in varie forme, il 95,5% della popolazione. Ad essere connessi alla rete sono i tre quarti degli italiani (75,2%), i quali accedono così con sempre più frequenza a Whatsapp (65,7%), Facebook (56,2%), Youtube (49,6%), Instagram (21%): piattaforme digitali sempre più visuali, di anno in anno, nei formati e nei contenuti.

Un contesto in vorticosa evoluzione in cui tiene bene la radio (59,1%), forte del fatto che non richiede mai all’utente un’attenzione esclusiva: chi ascolta, nel frattempo, può fare anche altro. A “soffrire”, invece, sarebbe la fruizione di tutto ciò che si basa sulla parola scritta: il 55,1% degli abitanti del nostro Paese non avrebbe di fatto più contatti con i mezzi a stampa. La variazione positiva dell’uso di internet nel decennio 2007-2017 (+28,8%) ha coinciso, simbolicamente, con quella negativa registrata dai quotidiani (-29,5%). A consultare i quotidiani cartacei almeno un paio di volte a settimana sarebbe il 35,8% degli abitanti della penisola, e solo il 18,9% li leggerebbe almeno tre volte in sette giorni. Ad oggi, sostiene il Censis, soltanto l’8% degli italiani considera i giornali in grado di influenzare l’immaginario collettivo.

In diminuzione anche la lettura di libri, che nel 2017 coinvolgerebbe solo il 42,9% degli italiani, a fronte del 52,1% nel 2013. Nel primato dell’immagine Sartori vedeva il “prevalere del visibile sull’intelligibile che porta a un vedere senza capire”. Alcuni passaggi del rapporto Censis-Ucsi sembrano aderire convintamente a questa interpretazione. “L’abbandono della lettura è una delle caratteristiche fondamentali della nostra epoca” ed è quasi inevitabile, afferma l’indagine, prevedere che in futuro la quota di analfabeti funzionali crescerà.

Siamo dunque alla vigilia dell’apocalisse? Addentrandosi meglio nei rivoli dei dati, emerge una realtà ben più articolata. Esiste innanzitutto una precisa spaccatura anagrafica tra under 45 e over 45. Secondo il rapporto, infatti, nel 2017 il comportamento mediatico degli adulti tra i 30 e i 44 anni è molto vicino alla fascia d’età 14-29 anni. A tratti l’indagine bolla questo dato come una manifestazione di giovanilismo degli adulti ultratrentenni: in realtà, quella dei “giovani adulti” è semplicemente la fascia d’età che per stili di vita, opportunità sul luogo di lavoro, familiarità con le nuove tecnologie, può vivere il cambiamento con maggiore consapevolezza, nella professione e nella vita privata.

E cosa si può dire dei consumi mediatici degli italiani tra i 14 e i 44 anni, presente e futuro del Paese? Primo, sono onnivori. Stando al rapporto Censis-Ucsi, è proprio nella fascia dei 30-44enni che si individua il picco di lettori di libri, con il 46,4% del campione di questa fascia d’età che può essere annoverato tra i lettori complessivi e il 22,7% tra i lettori abituali, ovvero forti. Di più. Alte percentuali di lettori si registrano anche tra gli under 30, che in media leggono 5,2 libri all’anno e sono anche coloro che in misura maggiore arrivano a leggerne più di 10, “prefigurando un’assiduità con la lettura che” dice il rapporto “va oltre, per quanto riguarda gli studenti, il mero dovere scolastico”.

Gli italiani under 45 sono inoltre i consumatori mediatici maggiormente indipendenti nei comportamenti. Per certi versi, sono autarchici. Grazie a internet e alle ultime generazioni di device, fruiscono dell’offerta mediatica nei modi e nei tempi che preferiscono, secondo un palinsesto sempre più personalizzato. Il 40,9% dei 14-29 enni guarda la tv via web, il 40,3% via mobile, “più di uno su quattro in modo ricorrente”. Anche i 30-44 enni manifestano consumi di internet tv simili a quelli dei più giovani: ne sono utenti complessivi il 39,5% di questa fascia d’età, il 24,1% è abituale. È tra gli under 45 che troviamo le percentuali più alte di fruitori di piattaforme come Netflix e Spotify, in cui l’accesso ai contenuti è illimitato nel tempo e nello spazio e avviene come e quando l’utente vuole.

Infine, è nella fascia degli italiani under 45 che troviamo tracce di maggiore consapevolezza sul ruolo e la rilevanza dell’informazione on-line, tanto da poterli definire senz’altro “abitanti” lucidi della rete. Se è vero che è questa la fascia d’età che maggiormente frequenta internet a scopo informativo, va sottolineato che stanno cambiando modalità e precauzioni. Dopo anni di inarrestabile ascesa, Facebook registra infatti una battuta d’arresto tra le fonti di news, anche nella fascia d’età dei 14-29 enni: nel 2016 lo frequentava per informarsi il 58,5% degli italiani di questo blocco anagrafico, quest’anno la stessa percentuale è scesa al 48,8%. Inoltre, per quanto riguarda le fake news, è la fascia dei 30-44 enni quella che su tutto lo spettro anagrafico del rapporto si è dichiarata maggiormente preoccupata: a ritenerle “molto pericolose” è stato infatti il 79,7% degli intervistati di questa fascia.

Per effetto della rivoluzione digitale è senz’altro in atto un cambiamento epocale dei consumi mediatici. Ma, stando ai dati, a subire l’impatto peggiore del cambiamento in termini di consapevolezza di sé non sembrano essere coloro che, per età, accedono maggiormente ai nuovi media. E resta dunque tutto da dimostrare che l’homo videns di internet sia realmente meno libero, istruito e cosciente di sé di chi l’ha preceduto.