Il terremoto nazionalista catalano ha provocato la frattura da Madrid che pochi fuori di questa regione pensavano si sarebbe mai verificata. Il sogno dell’indipendenza catalana è sempre apparso al turista come una nota folcloristica. E invece non è mai stato così. Per chi ha vissuto  in Catalogna o vi ha trascorso molto tempo, specialmente per chi ci ha lavorato il sogno dell’indipendenza catalana era un obiettivo ben determinato e condiviso da una buona fetta della popolazione. Se ne parlava continuamente, usciva sempre nelle conversazioni ed a quel punto i catalani si lanciavano nella difesa del proprio diritto di autodeterminazione.

A volte la ricostruzione storica della grandezza della Catalogna nazione non era altro che la manifestazione di un narcisismo paesano, come la storia che Cristoforo Colombo era catalano. Ma spesso alla radice di questo nazionalismo testardamente perseguito c’erano gli anni bui del franchismo quando fu proibito alla popolazione di parlare in catalano. E così la gente raccontava le storie di famiglia, di come i genitori insegnavano clandestinamente la loro lingua ai figli. Il discorso economico è arrivato negli ultimi dieci anni, dopo la crisi del 2008 ed ha attirato l’attenzione della stampa straniera perché ha la sua logica volersi staccare per motivi economici, mentre volerlo fare per motivi sentimentali, nel XXI secolo, è davvero incomprensibile.

Si, è vero, la Catalogna è come il Nord Est italiano il volano dell’economia nazionale. Produce un quinto del pil spagnolo ed occupa appena il 6,3 per cento del territorio. Ha un’economia di 215,6 miliardi di euro, più grande di quella di diversi stati membri dell’Unione europea, esporta più di un quarto del totale delle esportazioni spagnole ed attira di più di un quarto del totale degli investimenti stranieri spagnoli. La Catalogna, almeno fino al 1 ottobre, data in cui c’è stato il referendum, aveva un tasso di disoccupazione (13,2 per cento) più basso di quello spagnolo (17,2 per cento).

Fuori dai confini spagnoli, il discorso economico ha fatto da paravento a quello nazionalista. Ma in Spagna nessuno ci ha mai creduto. Negli ultimi tempi, il discorso economico è stato usato per convincere Bruxelles ad accettare la creazione di un nuovo Stato membro. E questo un punto importante, una delle chiavi di lettura più chiare di ciò che sta succedendo in Spagna ed in Catalogna. L’Unione Europea si è sostituita nell’immaginario collettivo catalano al governo di Madrid.

L’europeismo sfrenato dei catalani è diventato l’autostrada del loro nazionalismo. Dichiariamo l’indipendenza e restiamo nell’Unione europea. Non cambia nulla, la vita continua ma avremmo la nostra bandiera, i nostri confini e le nostre tasse: questo il ragionamento dei catalani, a prescindere dalla loro classe sociale o cultura. Persone vicine a Carles Puigdemont raccontano che prima di dichiarare i risultati del referendum è rimasto chiuso nel suo ufficio per più di un’ora. Molti sono convinti che aveva trattato un appoggio in Europa che all’ultimo momento è venuto a mancare. Senza questa rete l’indipendenza rischia di disintegrare l’economia catalana.

Puigdemont e i suoi seguaci lo sanno, è il popolo che non ne è a conoscenza. Nel dibattito politico non si è mai parlato di come concretamente la Catalogna sarebbe diventata indipendente e di cosa sarebbe successo all’indomani di una tale dichiarazione. L’articolo 155 della costituzione, ad esempio, è vago perché fu aggiunto all’ultimo momento dai costituenti che consideravano una secessione un evento che non si sarebbe mai verificato. Quindi necessita di interpretazione e lascia al governo un ampio margine di manovra.

E il governo di Rajoy ha tutta l’intenzione di reprimere con forza l’ondata indipendentista e di togliere alla Catalogna la sua autonomia. All’aeroporto di Barcellona e nelle strade c’è già la Guardia Nacional. Non si è discusso di quello che sarebbe successo alla moneta, uno degli  argomenti che convinsero gli scozzesi a non separarsi dal Regno Unito. La Banca centrale di Spagna è azionista della Banca centrale europea, non esiste la banca centrale catalana. Se Madrid chiude i rubinetti dell’euro, la Catalogna finisce come il Montenegro, con una moneta, l’euro, di cui non controlla la creazione.

Non si è discusso del perché’ l’Unione europea ha categoricamente rifiutato di appoggiare la nascita della nuova nazione. A prescindere dal precedente pericoloso che una secessione rappresenterebbe, esistono motivi tecnici che impediscono alla Catalogna di diventare membro dell’Ue senza intraprendere una lunga trafila burocratica che durerà anni. Infine nessuno ha pensato alle conseguenze economiche dell’indipendenza. Eppure l’esempio del Québec è illuminate, quando nel 1995 il Québec decise di fare un referendum per l’indipendenza, si verificò la fuga delle aziende da questa provincia. Anche se il Québec non dichiarò mai l’indipendenza le aziende non tornarono più. In Catalogna si sta verificando lo stesso fenomeno. Dal 2 ottobre, secondo i dati dell’Associazione spagnola dei registri commerciali, un totale di 1.701 aziende hanno trasferito la loro sede ufficiale ad altre regioni spagnole. La grande maggioranza (1.342) era nata ed era ubicata nella provincia di Barcellona. Madrid ha indetto nuove elezioni che si terranno a dicembre e ha preso in mano le redini del potere, licenziando anche il capo del Mosos, la polizia catalana.

E’ questa una crisi ben più seria del Brexit e nelle prossime settimane, ahimè, ce ne accorgeremo.