Manca ancora un albo dei lobbisti che operano in Italia. Il ministero dello Sviluppo economico ha però istituito un registro per chi svolge questa attività, con più di novecento iscritti. È un primo passo, ma il cammino verso la trasparenza è ancora lungo.

di Tortuga (Fonte: lavoce.info)

I registri sono rappresentativi della realtà?

Sei mesi fa avevamo evidenziato la necessità di avere un registro nazionale per i lobbisti in Italia. In attesa che arrivi, vediamo come evolve il più importante tra quelli che già esistono (quello del ministero dello Sviluppo economico) e soprattutto cerchiamo di capire che faccia hanno gli iscritti.

Il registro del Mise è stato introdotto nel settembre 2016. Al tempo del nostro articolo, marzo 2017, contava 643 soggetti registrati, al 3 ottobre sono 939.

Figura 1 – Gruppi di interesse per data di iscrizione

Fonte: Registro Trasparenza, Mise.

Sebbene il numero continui a aumentare e persistano fluttuazioni, la tendenza è in chiara diminuzione. Dopo i picchi di iscrizioni nel periodo immediatamente successivo all’istituzione del registro, le cifre hanno cominciato a scemare fino a raggiungere le 2-3 al giorno. È un andamento logico: la quasi totalità delle persone giuridiche interessate a essere formalmente rappresentate al ministero dello Sviluppo economico si è immediatamente registrata, mentre le nuove realtà si iscrivono mano a mano (assieme ai rimanenti del primo gruppo). Questo è corroborato anche dal fatto che le iscrizioni non sembrano essere avvenute in corrispondenza di particolari iniziative legislative.

La domanda a questo punto è: sono solo 900 i gruppi di interesse in Italia? Il campione è rappresentativo del totale?

Per verificarlo, abbiamo confrontato i dati con quelli per i soggetti italiani iscritti al Transparency Register delle istituzioni europee. A oggi, il numero delle realtà con sede in Italia è di 856, elemento che sembrerebbe confermare la dimensione del fenomeno dei gruppi di interesse che emerge dal registro del ministero. Tuttavia, è legittimo aspettarsi che la tipologia di gruppi presenti a Bruxelles sia diversa da quella di Roma.

Ad esempio, le cinque organizzazioni italiane con più accrediti presso il parlamento europeo sono Confindustria, Enel, Fondazione banco alimentare onlus, Federazione nazionale imprese elettrotecniche ed elettroniche e Intesa Sanpaolo. Di queste, solamente la Fondazione banco alimentare onlus non è presente nel registro del Mise. Al contrario, molte delle associazioni con scopo prettamente locale iscritte al registro del ministero (come Confindustria Avellino o la Federlazio) non compaiono nel Transparency Register. Sebbene questi siano esempi aneddotici e non inferenze statistiche, sembra ragionevole desumere che i grandi gruppi di interesse siano presenti sia a Bruxelles che a Roma, mentre quelli più piccoli, di respiro locale, siano presenti solo a Roma. Se è vero, però, dovremmo aspettarci un numero molto più consistente di realtà nel registro italiano (e non solo cento in più).

È probabile, quindi, che il registro del Mise rappresenti solamente una parte dei gruppi di interesse del paese e che molti operino ancora dietro le quinte. Dallo scorso marzo, anche la Camera dei deputati si è dotata di un registro. È però di difficile consultazione perché è sì presente un elenco ma, a differenza del registro del Mise, non ci sono statistiche descrittive (nemmeno il numero totale aggiornato), né strumenti di ricerca. Tramite l’uso di strumenti di conteggio parole online, fino a oggi risultano esservi iscritte solamente 93 realtà.

Quali organizzazioni ne fanno parte?

Figura 2 – Gruppi di interesse per tipologia

Fonte: Registro Trasparenza, Mise.

Come possiamo vedere dal grafico, la stragrande maggioranza delle lobby italiane sono aziende e associazioni di categoria: si va da Acciaierie Venete a Confindustria stessa. Una seconda consistente parte è costituita da società di consulenza, come Deloitte, e da studi legali, come Orrick, Herrington & Sutcliffe, per citare nomi abbastanza conosciuti. La fetta rimanente rappresenta meno del 10 per cento e ne fanno parte i centri di ricerca, le organizzazioni non governative e quelle rappresentative pubbliche, come l’Istituto di scienze marine, Emergency e Sogei.

In termini percentuali, quindi, il registro del Mise risulta rappresentativo: è ragionevole infatti che la maggior parte delle “pressioni” avvengano da parte di aziende private, singolarmente o come categoria.

Il monitoraggio delle attività di lobbying in Italia è quindi avviato, ma è ancora lontano dall’essere completo. L’unico registro veramente funzionante è quello del Mise ed è molto probabile che anch’esso sia solo parzialmente rappresentativo.

Come avevamo già accennato nel nostro articolo precedente, la prosecuzione naturale del lavoro avviato dovrebbe essere l’estensione del registro alle altre istituzioni pubbliche, imponendo il requisito della registrazione prima di poter condurre qualsiasi attività di lobbying. Ciò dovrebbe dare gli incentivi necessari per far emergere la maggior parte dei gruppi di interesse. Sarebbe poi utile che anche la Camera dei deputati si dotasse di un registro più accessibile, sull’esempio di quello del Mise. Anzi, in uno spirito di totale trasparenza e di supporto all’attività di analisi politica e di giornalismo, entrambi potrebbero fornire i dati in formato scaricabile.