Tale e quale (show). Nulla di nuovo sul fronte delle imitazioni dei cantanti famosi su Rai1. Il format Endemol adattato da Carlo Conti per ‘mamma Rai’ è sempre identico a se stesso, come titolo vuole. Un’inquadratura in campo lungo dello studio vista ieri sera potrebbe essere confusa con l’edizione di tre anni fa. Il disco gira sempre allo stesso modo. La quarta puntata della settima edizione l’ha vinta Annalisa Minetti in una sontuosa imitazione di LP, la cantautrice statunitense autrice di Lost on you. Secondo (l’ “eterno secondo”, dice Carlo Conti) è Marco Carta che ha rifatto Michele Zarrillo (sic! per averlo ospite, forse) con La notte dei pensieri. Terzo Filippo Bisciglia, clone funereo e impalato di Eros Ramazzotti e della nasale Adesso tu. Via via tutti gli altri nove artisti/cantanti che dedicano una settimana per trasformarsi fisicamente e vocalmente in icone celebri della musica contemporanea. E c’è da dire che esiste una bella differenza tra chi canta per professione e chi fa l’attore/conduttore. Insomma, tra le due categorie non c’è gara. Capiamo che di concorrenti ce ne vogliono una dozzina per tirare fino a notte, ma se si volesse lavorare seriamente più sul timbro e sull’intonazione degli imitatori sarebbe meglio far esibire solo cantanti. Conti&Co. invece preferiscono giocarsela sull’intrattenimento e per questo ci sorbiamo ad esempio Platinette, una sorta di totem della simpatia venerato ad ogni passo e parola, che indossa i panni laceri e colorati di Boy George in Karma Chamaleon, e ti chiedi se si sta assistendo ad un numero di un clown del circo.

Tale e quale show è così. Prendere o lasciare. L’idea che ti fai di fronte ai mascheroni di lattice e silicone è che ci siano dei disperati a saltellare e urlicchiare, e poi altri (pochini) a cui piace modulare il proprio canto e trasformare la propria voce anche con una certa spinta performativa. Con tutta la buona volontà in trucco e parrucco, ad esempio, Alessia Macari e Valeria Altobelli non valgono un’unghia di Annalisa Minetti. E nel reparto donne, dopo la dipartita di Donatella Rettore per malattia, il vuoto è desolante. Tra gli uomini la gara è un tantino più equilibrata, ma il reparto è in media abbastanza scarso. Oltretutto sia ai giudici (Christian De Sica se ci sei batti un colpo) che al pubblico piace prendere di mira Claudio Lippi. Poveretto. Lui ce la mette tutta a rifare i grandi del passato, ieri sera Toto Cutugno con L’Italiano, nei venerdì precedenti Elvis e Modugno. Ed è chiaro che vista l’età e gli acciacchi fa il triplo della fatica di un trentenne. Ma Lippi ha una voce e un portamento da croneer di alto livello e la compagnia cantante di Conti invece di riservargli l’ultimo posto in classifica dovrebbe baciarsi i gomiti nell’averlo in gara.

Detto questo la quarta puntata è volata in un amen grazie ad una formula collaudata principalmente (a parte il dietro le quinte) in una diretta che non concede nulla al caso. L’inserimento di Dario Bandiera al posto della Rettore, ieri sera in un divertentissimo e frizzante Renato Zero in Mi vendo, darà sicuramente un po’ di verve ad un mortorio generalizzato da primo canale che si deve aggrappare alle battute scivolosissime di Enrico Montesano (giudice con Goggi e De Sica) che ieri, parlando di Toto Cutugno e L’Italiano, ha detto “in quegli anni Pertini era presidente della repubblica e come politici c’erano Andreotti, Craxi, Spadolini, Berlinguer, Almirante e Pannella, altro che i politici oggi”. E poi c’è Carlo Conti, ecumenico come Giovanni XXIII, che ancora si commuove per una mamma che dice di fare ascoltare alla propria bimba nella pancia le esibizioni canore dello show; o che all’epoca del web saluta come un astronauta la ragazza che da Londra ringrazia non si sa quale collegamento che le permette di essere vicina alla madre in Italia perché contemporaneamente vedono Tale e Quale show. Rai 1 è davvero la tv dell’imbalsamazione temporale, spaziale, e creativa. Di un po’ di Corrida di Corrado, sinceri sinceri, anche solo per un concorrente spampanato, truccato come capita, con una voce stonata come una campana che asserisce di essere Al Bano, avremmo bisogno come il pane.