VICENZA – Con ancora negli occhi la grande bellezza dell’illuminata (con Bob Wilson è sempre il caso di dirlo) Odissea, ripresa due stagioni fa, cadiamo prede felici in questo meccanismo a orologeria tra le parole acuminate di Heiner Muller e la grande lezione di regia dell’artista texano. La cifra è la sua, fiera, dai segni riconoscibili. Questo Hamletmachine, ripreso dopo 30 anni con i giovani attori dell’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio D’Amico (il nuovo “viaggio” dell’opera è ripartito da Spoleto questa estate), è immerso in blu fantastico, calato in un azzurro camaleontico, disceso in un cobalto meraviglioso. Colori che ci imprigionano, ci legano, ci incatenano. Il testo del drammaturgo tedesco passa in secondo piano. Qui vince la vista sull’udito, quegli occhi che devono seguire e prendere dettagli, annusare passaggi e particolari. In un incedere, come il giorno e la notte, di un quadro statico e silenzioso, a un successivo di estremo movimento e frammentarietà convulsa di danze e balli, la scena ruota, gli oggetti e la posizione degli interpreti, ogni volta di 90 gradi fino a percorrere un giro completo.

La platea si trova dunque a vedere, o meglio rivedere, le stesse azioni con le stesse parole e le stesse identiche dinamiche (anche se ogni volta è un personaggio diverso a prendere la scena e raccontarsi) ma osservate da angolazioni differenti. Dopotutto, Vicenza (siamo al Teatro Astra, all’interno del 70esimo “Conversazioni – Ciclo di spettacoli classici) è la città della prospettiva. Come a dirci che non è importante, o essenziale, ciò che vediamo, ma come e da quale pulpito privilegiato lo scorgiamo. Un albero, che pare quello di Aspettando Godot, rinsecchito e dai rami spogli come mani protese al cielo, un tavolo, secco e lungo, quasi un surf, uno schermo sullo sfondo che si illumina e cambia tonalità e cromatismi con il passare dei quadri. Si muove lo spazio, certamente, ma è come se la scena si spostasse, all’interno di un orologio immaginario e ipotetico, di un quarto d’ora a volta.

Personaggi dalle facce imbiancate e spalle squadrate (sembrano quasi atleti olimpici ritratti da Leni Riefenstahl all’edizione berlinese del 36) prima impomatati e imbalsamati all’improvviso prendono forza e vigore. Segni registici disseminati come cicatrici, linee stilistiche come tagli di bisturi a fendere l’impostata organizzazione dei 15 sulla scena. Ci sono esplosioni di luce alle quali è impossibile rimanere indifferenti, ci sono urla silenziose e movimenti minimali come uomini sulla Luna o sub nella pancia dell’oceano. Domina la pulizia e un altissimo intenso rigore formale. Le armonie di un inquietante e incessante carillon si intervallano con i colpi di una mitragliatrice, i silenzi assordanti cedono il passo agli ululati, alle unghie sul tavolo.

Figure fumettistiche e burattinesche turbate si aggirano e, come fosse un’audizione, ogni volta che vengono chiamate con un lieve tocco, lasciano la prima fila della platea per salire sul palco. Come automi, cominciano a svolgere il loro compito, sempre uguale a se stesso, dalla notte dei tempi. Gertrude è una mummia dai capelli spiritati, cotonati e polverosi, il coro è formato da tre ragazze-arpie in stile Ventennio (Quartetto Cetra o le più recenti Sorelle Marinetti), un uomo in tuta adamitica dorata. Amleto è diviso in due: il primo ha un giubbotto borchiato stile Grease, l’altro è in versione punk Sex Pistols. Ofelia è una danzatrice, Claudio è abbigliato come un uomo d’affari, Orazio e Polonio sono in nero ombroso. Si mescolano tutti in piccoli gesti rallentati e brechtiani fin quando una musichetta, una marcetta non intima il rompete le righe tra belati, wc che scrosciano, fischi, lo schiocco di frustate. Come essere dentro un videogioco.

Come una marea siamo travolti. Non c’è tempo di stare meticolosamente ad ordire la trama. Quest’ Hamletmachine è uno tsunami che ribalta le concezioni del teatro. Lo stacchetto-jingle, che indica il virare di 90 gradi della scena, è allegro e festaiolo, ha garbo e gusto, è leggero e simpatico, antitetico rispetto al magma precedente di morte, disperazione, frustrazione cupa. Lo schermo sul fondale propone prima il blu, per passare al rosso, successivamente al bianco e infine al verde. La scena ora si svuota, adesso si riempie in un gioco a elastico, di niente e di tutto, di assenze e abbondanza. Una grande messinscena, un grande mosaico. Intanto fuori da Elsinor infuria la bufera, l’assedio. All’interno della fortezza sono già tutti morti.