“Dobbiamo immaginare una società in cui nessuno è straniero“. Il primo messaggio del nuovo arcivescovo di Milano, monsignor Mario Enrico Delpini, è una sferzata a uno dei temi più caldi di attualità. Il successore di Angelo Scola, nominato venerdì mattina da Papa Francesco alla guida della diocesi ambrosiana, ha parlato nel corso dell’incontro in Curia subito dopo l’ufficialità della scelta.

“Milano con la sua tradizione ha la capacità di immaginare una popolazione composita ma capace di vivere insieme, in una comunità in cui nessuno si senta straniero o non supportato”, è stato il suo monito. Poi ha invitato la città e la Chiesa milanese a “interrogarsi su qual è la società del futuro” spiegando di sentirsi “smarrito di fronte a questa molteplicità di condizioni e di fedi” e che quindi è necessario imparare “ad ascoltare lingue per noi difficili da capire, ma che sono quelle dei cittadini del futuro“.

“Il mio messaggio alla città è di ricordarsi di Dio e di vivere il rapporto con Dio che è padre, ci ama e ci vuole felici – ha continuato – Su questa fiducia si può impostare una convivenza fraterna che non contrappone le religioni come nemici che si sfidano, ma come cammini che portano a ritrovare le radici dell’umanesimo, della dignità della persona e della speranza”.

La scelta di Delpini come 148esimo arcivescovo di Milano, è una scelta insieme di continuità e di discontinuità. Nato a Gallarate nel 1951, terzo di sei figli, ha passato tutta la sua vita nella diocesi ambrosiana. Qui è stato ordinato sacerdote per poi diventare  rettore del seminario di Venegono superiore dal cardinale Carlo Maria Martini e arcivescovo dall’arcivescovo Dionigi Tettamanzi, prima di diventare vicario generale con il suo predecessore Scola.

Don Mario, come lo chiamano i preti milanesi, è uomo semplice e lontano dai riflettori. Conosce il nome di praticamente tutti i sacerdoti della diocesi più grande d’Europa. In città si sposta in bici usando il caschetto e vive in una casa del clero vicino alla stazione Centrale. Si è presentato dicendo di sentire “soprattutto la mia inadeguatezza, a cominciare dal mio nome”, ha scherzato riferendosi al fatto che i suoi predecessori “hanno tutti nomi solenni: Giovanni Battista, Angelo. Invece Mario che nome è? Già si capisce da questo”. E riguardo al “trasloco” nell’appartamento nel quale abitava il suo precedessore ha detto di “non voler affrettare nulla, Scola ha detto che vivo in estrema povertà ma non sto sotto un ponte”.

Poi ha spiegato di voler “continuare sulla strada dei vescovi che hanno guidato questa Chiesa” e di non avere “progetti particolari, se non di parlare e ascoltare tutti per non essere precipitoso nelle decisioni e superficiale nelle idee”.

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