Dicono che è tedesco, ma con la Germania non c’entra niente. Dicono che garantisce la governabilità, ma un governo stabile è probabile come un terno al lotto. Dicono anche che assicura rappresentanza e un rapporto diretto tra elettore ed eletto, ma anche questa legge avrà una quota di nominati (riconoscibili come vuole la Costituzione, sì, ma sempre nominati). Chissà quanto sarà lunga la vita del Rosatellum per come lo conosciamo oggi, il sistema elettorale proposto dal Partito Democratico come il migliore possibile dopo che l’aveva detto anche dell’Italicum poi finito affettato dalla Corte Costituzionale. Di sicuro è fedele al suo nome: non ha un colore marcato, è proporzionale ma non troppo, è uninominale senza dare una maggioranza certa. Come dice il senatore ex Pd Miguel Gotor, per rimanere sulla metafora, “è vino che sa d’aceto“. No, non è vero, dice Emanuele Fiano del Pd: “È un modello coerente con la scelta unitaria del Partito democratico di appoggiare la proposta del Mattarellum“. Anzi, è così schifosamente maggioritario, per Francesco Paolo Sisto di Forza Italia (lo stesso partito che voleva il bipartitismo), che è incostituzionale. Col cavolo, pensa senza dirlo Romano Prodi che di Mattarellum se ne intenderà pure visto che è con quello che ha vinto vent’anni fa: “Una legge elettorale come quella proposta adesso, cioè sostanzialmente proporzionale, non ci darà un governo stabile, e saranno guai. Ma spero di sbagliarmi”.

Ok della commissione al Rosatellum (come punto di partenza)
Intanto quel testo è diventato il punto di partenza della discussione in commissione Affari costituzionali alla Camera. Per capire la confusione: a favore hanno votato solo Pd, Lega Nord che in Parlamento sono molto più piccoli dei sondaggi degli ultimi mesi, Ala cioè i parlamentari di Denis Verdini, il partito regionale sudtirolese (la Svp) e Democrazia Solidale-Centro Democratico, gruppuscolo nato da due gruppuscoli centristi di centrosinistra che subito tiene a precisare che gli altri non si mettano strane idee in testa: ha votato sì ma non è sì, piuttosto è “per andare avanti” (e già sarebbe una notizia in un dibattito che da dicembre è andato avanti alla velocità di uno che fa i cento metri scegliendo la modalità carponi). Gli alfaniani, poi, nemmeno si sono presentati in commissione, i partiti di Fitto e Meloni si sono astenuti come gli ex montiani, mentre hanno votato contro Cinquestelle e gli ex Cinquestelle di Alternativa Libera, Sinistra Italiana e gli ex Pd di Mdp tutti in compagnia di Forza Italia. Il calendario dice che tra 13 giorni un testo che sarà bombardato di emendamenti dovrà essere in discussione nell’Aula di Montecitorio. Per non parlare del Senato, dove i Cinquestelle cominciano a scaldare i muscoli: “Si vota in autunno solo se il M5s parteciperà alla scrittura della nuova legge elettorale – dice Luigi Di Maio – Altrimenti senza numeri si candidano al Vietnam del Senato. Noi ci siamo anche per andare a votare il prima possibile”.

“E’ come il sistema tedesco”. Falso
Se c’è una cosa che il Rosatellum del Pd non è, è proprio uguale al tedesco. Giocando a “trova le differenze” si vede che la proposta del Partito democratico è basata su un sistema misto: metà del Parlamento è eletto con il sistema uninominale di collegio, l’altra metà con il proporzionale puro declinato con listini corti e bloccati. Sembrano parolacce incomprensibili. Provando a semplificare, nel primo caso funziona com’era il Mattarellum: in ogni collegio è in palio un seggio e corrono i candidati collegati ai partiti, il primo prende il collegio, gli altri – anche se perdono di un solo voto – si attaccano al tram; nella parte proporzionale, invece, ciascuna forza politica presenta in ogni circoscrizione (se ne prevedono tra 80 e 100) un listino bloccato di 2-3-4 nomi di candidati che vengono eletti in base alla quantità di voti che prende il partito in quel territorio. Quindi in questo sistema un partito prende i seggi conquistati nel collegio (quello dei duelli, trielli o quadrielli), ma anche i seggi conquistati nei listini bloccati del proporzionale. Queste due cifre vengono sommate.

Rosatellum uguale tedesco: l’illusione ottica
Il sistema tedesco appare simile, ma è solo un’illusione ottica. In Germania, infatti, esiste un meccanismo di compensazione per il quale chi vince di più nei collegi prende meno seggi dal proporzionale, anche e soprattutto perché lì si vota con due schede diverse (mentre il Rosatellum ne prevede una sola e per giunta senza voto disgiunto). Serve un po’ di pazienza, ma è facile.

Lo spiega con invidiabile chiarezza un giornalista della Tageszeitung su Internazionale, Michael Braun. Con il Rosatellum, dice Braun, se il Pd prendesse il 40 per cento dei seggi uninominali, raccoglierebbe 122 seggi e se per ipotesi prende il 30 per cento nel proporzionale ne conquista altri 92. Tutto insieme fa 214, quindi. In un gergo da arresto, si chiamano grabensystem (sistema a fossato), con una netta separazione tra parte maggioritaria e parte proporzionale.

Con il tedesco, invece, continua il giornalista della Tageszeitung, le cifre non si sommano, ma si integrano. Vale a dire che se la Cdu di Angela Merkel vince nel 60 per cento dei collegi e prende il 35 dei voti destinati al partito, raccoglie 180 deputati del maggioritario, ma in più le spetta soltanto il tot che le manca per arrivare al 35 per cento dell’assemblea del Bundestag. Cioè 30 seggi che vengono occupati “pescando” dai listini bloccati. Il motivo è semplice, aggiunge Braun: “I collegi in Germania non svolgono nessuna funzione maggioritaria: sono stati introdotti solo per rafforzare il legame tra deputati e territorio”. Quella riconoscibilità del candidato che a più riprese ha indicato la Corte Costituzionale, in particolare quando ha fatto fuori il Porcellum con quei listoni sterminati e bloccati.

Ma c’è di più. C’è che in Germania la compensazione vale anche in senso contrario. Se un partito vince in “troppi” collegi, viene “ricondotto” comunque alla sua cifra del proporzionale. Se la Cdu conquista l’80 per cento dei seggi – l’esempio è sempre di Braun -, ma prende solo il 35 al proporzionale, non le vengono naturalmente tolti i deputati. Vengono aumentati i parlamentari alle altre forze politiche, in modo da mantenere le proporzioni. La conseguenza logica è che il Bundestag ha un numero minimo di 598 parlamentari, ma può aumentare di mandato in mandato. Attualmente, infatti, ne conta 630.

“Garantisce la governabilità”. Falso
Le cifre, verosimili, attribuite al Pd nell’esempio di Braun fanno capire da sole che comporre una maggioranza in Parlamento, con il Rosatellum, sarebbe quasi impossibile, tanto più in un sistema politico e partitico sbriciolato com’è quello italiano. E infatti a Berlino, da quando i partiti tradizionali si sono indeboliti,  vanno avanti a colpi di “larghe intese”. In Germania non esiste un premio di maggioranza. C’è un solo correttivo, la soglia di sbarramento al 5 per cento: chi resta sotto, prende zero. Lo stesso accade a chi non vince almeno 3 collegi uninominali. Quindi zero partitini, zero gruppuscoli, zero ricatti dei nanetti (a meno di scissioni dentro il Parlamento che però non si possono prevedere prima).

“Assicura un rapporto elettore/eletto”. Solo un po’
Il fatto che il sistema elaborato dal Pd sia a fossato, cioè che la parte uninominale e la parte proporzionale siano nettamente separate, ha come conseguenza che la fetta proporzionale sia molto più pronunciata. Quindi altro che eliminare i capilista bloccati, come chiede Mdp minacciando l’ostruzionismo parlamentare e con un po’ più di timidezza gli altri partiti (Pd e M5s compresi). Dai listini bloccati, infatti, arriveranno 303 deputati eletti sul territorio nazionale più gli altri 12 delle circoscrizioni estere. Meno del Porcellum, un po’ meno dell’Italicum, ma è sempre metà Parlamento.

 

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