Apro l’Internet, leggo dell’ALITALIA e la mente torna a quei bellissimi anni nei quali lavoravo alla NULLA SPA e l’azienda fu commissariata. Che sollievo!
Si aprivano scenari incredibili: due anni di cassa integrazione e uno di mobilità. Praticamente il reddito di cittadinanza, tre anni da investire su di sé senza la gnola del “Son disoccupato, come faccio ad arrivare a fine mese, aiutami signore che sono messo male”.
Fu bellissimo andare all’ufficio personale a inizio maggio 1996 e chiedere di essere arruolato tra i cassintegrati.
“No, Masotti… lei deve andare in cassa integrazione il prossimo anno, così c’è scritto nei libri sacri dell’azienda commissariata”.
“‘Scolti, metta ben in cassa integrazione me, al posto di altri sfighè che vogliono ancora stare qui”.
E il direttore del personale firmò con sdegno la lettera di cassa integrazione, ma prima di essere un cassintegrato a tutti gli effetti, esaurii tutte le ferie e i permessi residui, seguirono tre mesi di vacanza come quando si andava a scuola e ripartenza a settembre con nuove idee, progetti, fare e non fare.
Fu bellissimo, fidatevi.

Auguro a tutti i dipendenti di ALITALIA che non ne potevano più di stare lì di vivere pure loro un’esperienza fantastica da cassintegrati pluriennali e di ridisegnare la propria esistenza e mi dispiace per chi sentiva il senso di appartenenza all’azienda, ma quelli saranno i primi che troveranno un’altra divisa a termine da indossare per i prossimi anni, finché anche l’altra azienda dove andranno a lavorare non li sbatterà a casa.
Perché le aziende non durano in eterno.
E’ il loro bello.

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