Olusegun non se l’aspettava. Lui, nato in Costa d’Avorio da genitori nigeriani, che in Algeria ci fosse il razzismo organizzato per i poveri. Aveva studiato informatica e, amando il calcio, grazie ad un amico pensava di farsi una carriera da giocatore nel Maghreb. Non è mai sceso in campo e invece dell’allenatore ha trovato un capo cantiere del quale si è stufato dopo sei mesi di lavoro mal pagato. Sceglie di tornare al paese e peccato che un taxi, durante una tappa di transito, lo porti nel deserto. Assieme ad altri viaggiatori sono spogliati dei vestiti, derubati dei soldi e la ragazza del gruppo si è salvata dallo stupro solo perché ha giurato di essere incinta. Non vuole tornare a casa a mani vuote. Dice che è partito perché i suoi occhi erano stanchi di vedere la miseria della famiglia. Una decina di fratelli e sorelle di due madri diverse. Non può tornare a mani vuote dalla vergogna. Parte nel Benin e un giorno dirà alla fidanzata di raggiungerlo per sposarsi in chiesa. Era partito col suo nome e una bibbia nella borsa. Olusegun vuol dire ‘uomo che cerca’. Però torna senza nulla e nel deserto la sua bibbia si è mescolata con la sabbia.

Prima di lui è passata l’amica a scusarsi dell’aborto provocato per timore delle conseguenze. Appena più di diciassette anni e una vita scappando dalla vita. Rifugiata, persa e poi ritrovata dal destino che pedina i poveri che lo sfuggono. La complicità di un dottore, il consiglio della madre e l’inutile reticenza dell’improvvisato padre. Cammina e si sente in colpa per aver vissuto altrove. Ha perduto suo padre nella follia delle armi e da allora sente di morire per rinascere come indica il suo nome. Flora, nel deserto della vita che lei e sua madre hanno coltivato nei solchi del dolore. Lo stesso dolore di Kimel che arriva con la figlia di dieci anni. Da qualche mese a Niamey, non riesce a pagare l’affitto malgrado il lavoro di domestica e di parrucchiera ambulante. In Guinea era commerciante, poi l’uomo che la farà diventare madre insiste per la migrazione in Algeria. Sparisce con un’altra donna e a lei non rimane che tornare alla vita di sempre. L’affitto è caro, promette che è solo per stavolta e che mendicare non fa per lei. Non rinuncerebbe mai alla sua dignità e lo fa soprattutto per sua figlia che va bene a scuola ed è intelligente.

C’è Antony che racconta la sua vita ad un giornalista e profitta per chiedere un prestito perché non mangia da ieri. Ci siamo conosciuti in carcere e da allora ha promesso di cambiare la pagina del libro rubato dal tempo. Ora si impegna secondo i giorni per i suoi fratelli liberiani e promette di smettere di bere davanti a Dio. Non dimentica la sua patria ma ha capito che la bandiera con una sola stella lo accompagna dovunque vada. Invece Frederic ha abbandonato la bandiera ad altri ed è scappato dalla Costa d’Avorio per salvare la sua famiglia dalla repressione del potere. E’ pericoloso trovarsi nel campo sbagliato quando cambia il regime. Ha creato un ristorante con piatti tipici e con sua moglie collezionano figli per quando la storia cambierà di direzione. Invita i presenti a partecipare ad una conferenza per lanciare l’ennesima ong che si prefigge di lottare contro la migrazione clandestina. Da rifugiato a clandestino passando per una migrazione forzata, è la sua storia che mette in scena mescolando gli attori del dramma. Dice che ha bisogno di un tavolo da ufficio e di un computer anche usato per mantenere i contatti col mondo.

Olusegun è l’ultimo a passare e, con il biglietto in mano, promette che quello sarà il suo ultimo viaggio.

Niamey, aprile 017

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