Come spesso accade in Italia non si sa chi sia più cieco. La storia arriva da Belluno, dove un gruppo di non vedenti nel maggio 2015 vuole arrivare in centro ma si ritrova davanti una rampa della scala mobile e a un cartello che vieta espressamente la salita coi cani guida. Ma è un ausilio indispensabile per muoversi – dicono loro – e c’è la legge 60 del 2006 che bandisce ogni barriera al loro spostamento in tutti i luoghi pubblici e aperti al pubblico. Quel divieto pregiudica la libertà di spostamento e dunque il diritto costituzionalmente garantito alla “libertà di movimento, autonomia e autodeterminazione”.

Ne nasce un alterco che porta alla chiusura dell’impianto per qualche ora. “Motivi di sicurezza”, e gli addetti staccano la corrente lasciando il gruppetto a mezza scala. I malcapitati fanno un esposto in Procura nel tentativo di cambiare il regolamento ma viene archiviato. Allora fanno causa al Comune e alla società Bellunum, chiedendo i danni. L’ultimo capitolo della vicenda, notizia di pochi giorni fa, è il rigetto del ricorso con accollo di tremila euro di spese di lite. Le motivazioni spingono per un nuovo ricorso. Il giudice accoglie le motivazioni portate dal Comune secondo le quali il divieto non è discriminatorio, e risponde a una logica di sicurezza, perché – e qui siamo al tocco di genio – la pendenza della gradinata è tale da assimilarla non a una semplice scala mobile ma ad un impianto a fune. Ricapitolando: loro non ci vedono, ma quella è una funivia con le fattezze di una scala mobile. Altro motivo di rigetto è la competenza territoriale perché nessuno dei ricorrenti è di Belluno, ma della provincia o di altre regioni. “Assurdo”,  dice Simona Zanella, di associazione Blindsight Project che figura tra i ricorrenti. “Poteva capitare a un cieco bellunese che viene rifiutato da un taxi a Roma o da un albergatore a Trieste. Non è un’altra discriminazione?”

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