La quarta serata del Festival di Sanremo 2017 ha proposto l’esibizione dei venti big rimasti in gara e la finale dei giovani. Il nostro gioco consiste nell’eleggere il migliore e il peggior momento musicale e, mai come ieri sera, si è visto che il livello delle nuove proposte fosse in molti casi nettamente superiore a quello dei campioni.

Nei giorni scorsi si è detto spesso che alcuni big in gara non fossero da considerare tali. Bernabei, Elodie, Luzi, Bravi: questi alcuni dei nomi messi in discussione. Ecco, io credo che ieri sera i nodi siano venuti al pettine. Allora, per indicare gli estremi artistici della quarta serata ed evidenziare il paradosso, citerò emblematicamente il bellissimo brano di Maldestro, Canzone per Federica, come momento migliore e quello di Alessio Bernabei, Nel mezzo di un applauso, come peggiore.

Canzone per Federica di Maldestro è un brano riuscito e sospeso, che incede delicatamente ma in maniera decisa e persino sfrontata. Senza fronzoli o speculazioni ruffiane, la dedica empatica rimane solo nel titolo, mentre nella canzone si entra subito nel vivo. Il pezzo è costruito grazie a un’infinita anafora, in cui l’attacco di ogni verso presenta il verbo al futuro (“sarà”), che si divide tra l’incertezza di una spiegazione dei fatti e una speranza o previsione per il domani.

In questo modo il senso generale appare sospeso: la forma si fa contenuto grazie alla struttura del brano, senza dover necessariamente passare per musica e parole. Sia chiaro: l’aspetto musical-letterario è fondamentale. Le immagini sono vive e funzionano benissimo sulla melodia, che risulta incalzante grazie a una precisa cellula ritmica ribattuta; ma è la struttura generale del pezzo che fornisce l’anima a tutti gli elementi in gioco, facendoli risultare credibili.

Nel mezzo di un applauso di Bernabei, invece, è l’esempio perfetto di canzone che cerca la frase a effetto, senza dire granché di fondo. Nel brano manca una struttura poderosa, una parvenza narrativa: canzoni del genere non lasciano spazio all’evocazione ma cercano perennemente il colpo a effetto. Questo modo di scrivere è molto in voga negli ultimi anni, per autori gettonati come Kekko Silvestre o Roberto Casalino. Così, tra “far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi, in tutti i laghi”, una “finestra tra le stelle da dividere col cielo” e un “non accontentarti di qualcuno solo perché è ovvio”, è di moda la vulgata che basti soggiogare la semantica per passare per poeti, confortati da uno pseudo ermetismo di seconda mano. Il resto è dato dal ritmo accattivante dei versi, sonorità radiofonica del momento e televoto.

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