La Bolivia è quasi senz’acqua, a causa della più grave siccità degli ultimi 25 anni. A causarla il fenomeno climatico de El Niño, che ha fatto sentire sua portata per tutto il 2015 e 2016 su oltre 60 milioni di persone, dall’Africa orientale fino al Sudamerica e all’Asia. Cinque dei nove dipartimenti in cui è diviso il paese andino ne sono colpiti, e in città come El Alto, Cochabamba e La Paz ci sono state proteste e blocchi delle strade contro il razionamento. Da più di un mese gran parte degli abitanti della capitale sono costretti a convivere con un pesante razionamento dell’acqua, che si può raccogliere per 12 ore ogni 3 giorni.

Più di 100 i quartieri colpiti, tra cui quelli più grandi e ricchi della città, come Calacoto, pieno di hotel, ambasciate, residenze diplomatiche, ristoranti gourmet e centri commerciali. Tanto che in alcuni dei ristoranti più esclusivi e cari della città i bagni sono chiusi. I bacini da cui ricevono l’acqua potabile i quartieri ‘alti’ sono stati quelli che hanno visto ridursi più di tutti la propria portata, anche se i più danneggiati sono gli ospedali e i centri di salute, tanto che all’inizio di dicembre i pazienti con problemi renali hanno protestato di fronte al principale ospedale pubblico della città, dopo la sospensione temporanea del servizio di emodialisi. Una situazione che ha costretto il governo di Evo Morales a decretare l’emergenza per la siccità e creare un gabinetto speciale.

Ma secondo alcuni esperti, come Dirk Hoffman dell’Istituto boliviano della Montagna, intervistato da Bbc Mundo, la responsabilità di questa situazione sta anche nel non aver preso i provvedimenti necessari per affrontare la mancanza d’acqua, già prevista dal 2009. In 20 anni non è stato fatto niente per costruire nuove strutture di raccolta d’acqua, mentre nel frattempo la popolazione è raddoppiata. A questo va aggiunta la mala gestione da parte delle autorità amministrative dell’acqua e i mega-progetti minerari, che contaminano e consumano enormi quantità d’acqua. Così dopo aver mandato via i funzionari responsabili, il governo ha avviato un piano anti-siccità, mobilizzando più di 100 veicoli per trasportare l’acqua alle zone colpite, triplicando l’installazione di serbatoi fissi di acqua, e annunciando nuovi punti di raccolta dell’acqua a La Paz.

Come spesso accade in situazioni di emergenza, i social media sono venuti in aiuto dei cittadini. Su Whatsapp molti si sono raccolti in gruppo, per avvisarsi dell’arrivo di un camion cisterna con acqua, a qualsiasi ora del giorno. L’Impresa pubblica sociale di acqua e bonifica, principale accusata sul banco degli imputati (visto che tra il 30 e 45% dell’acqua è andata persa per perdite della rete e delle condotte ormai vecchie), ha invece utilizzato i suoi profili su Twitter e Facebook per ricevere le denunce sulla mancata distribuzione d’acqua e raccogliere le richieste d’acqua dai quartieri colpiti. E anche quando l’acqua arriva, non tutti però si fidano a berla. Nonostante le rassicurazioni delle autorità, il suo colore giallastro non è proprio invitante, e molti preferiscono cucinare con acqua imbottigliata, quando si possono permettere la spesa. In molti punti della capitale il suo prezzo è infatti raddoppiato. La stazione sciistica di Chacaltaya, che con i suoi 5421 metri di altitudine era la più alta del mondo, è ormai invece un desolante ammasso di rocce, su cui non si affacciano più né turisti né sciatori: il suo ghiacciaio è scomparso, così come la neve. Indubbiamente un messaggio forte e chiaro per chi non crede ancora negli effetti del cambiamento climatico.

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