IL GIORNO IN CUI LA VITA CAMBIO’

ali-eyal-120Ali Eyal. Baghdad, Iraq
Quell’anno la vita di Ali Eyal, 22 anni, cambiò: “Mio padre un giorno uscì di casa e non tornò più”. Era il 2006, la guerra in Libano e l’inizio degli scontri settari in Iraq cambiarono la storia di Damasco e Baghdad. “Tutto è cominciato con gli scontri a Samarra – spiega – molta gente cominciò a scomparire nel nulla. I check point spuntavano ad ogni angoli delle città irachene. Quando venivi fermato, il tuo destino era legato alla religione indicata sulla carta d’identità e a quella dei miliziani ai posti di blocco”. In quegli anni cominciarono ad apparire i cadaveri per le strade. “Tornavo da scuola e trovai due corpi a pochi metri dalla porta di casa. Avevo nove o dieci anni. Mia madre, per farmi riprendere dallo shock, voleva chiudermi in casa”.

sajjad-abbas-120Sajjad Abbas. Sadr City, Iraq
“Anche io ricordo i cadaveri – dice Sajjad Abbas – erano abbandonati per le strade”. I corpi lasciati agli angoli delle vie raccontavano che i tempi erano cambiati: Saddam Hussein faceva sparire le persone. C’era la consapevolezza degli orrori compiuti dal regime, ma non si vedevano: oggi è tutto alla luce dei lampioni che la sera illuminano i corpi abbandonati. “Ricordo che da adolescente – prosegue Sajjad, sforzandosi di ripescare gli ultimi brandelli di memoria – avevo visto delle persone che in strada innalzavano una foto in bianco e nero, raffigurante il volto di un uomo. Dissero che era un professore che era stato ammazzato perché baathista, del partito di Saddam. Foto in bianco e nero, con volti diversi, le avevo anche a casa mia, attaccate alle pareti o poggiate sui comodini. La prima volta che chiesi ai miei genitori chi fossero, feci un tuffo nel dramma di tutte le famiglie irachene: mi dissero che erano parenti scomparsi all’epoca di Saddam Hussein”.

La prima volta di Sajjad fu a 16 anni: “Alcune persone gridarono un nome. Un uomo si girò. Una raffica di proiettili lo colpì e quello cade a terra. Si formò una pozza di sangue. Qualcuno accorse e gli domandò se sapeva chi fossero i suoi assassini. ‘No – rispose – nessuno mi odia’”. All’altro capo del telefono Sajjad si commuove: “Quel uomo si toccò i capelli mentre moriva, forse consapevole che sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe compiuto quel gesto. Aveva una sciarpa arancione che si tinse di rosso. Non posso dimenticarlo”. Lì nacque la necessità: trovare un senso all’orrore. Come Ali Eyal, Sajjad ha scelto di fare l’artista: “So di non salvare l’Iraq, ma creo oggetti con cui tento di spiegare quello che ho nel cuore”.

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