IL PRESENTE INFINITO

assad-younes-120ASSAD YOUNES, 20 anni. Aleppo, Siria
Assad Younes, 20 anni, ha il respiro affaticato mentre parla al telefono. Non riesce a sollevare cose troppo pesanti, racconta. Non può più lavorare. Da Aleppo est, in Siria, Whatsapp manda foto in cui appare bello e sorridente. Ma quella era la vita prima della tragedia. “Dovresti vedermi ora – riflette – il mio corpo è pieno di ferite”. La mano destra è paralizzata: “Stavamo manifestando nel quartiere di Salah Eddin. Eravamo disarmati. I soldati avevano i fucili spianati contro di noi. Ero con amici che non avrei più rivisto. Davanti a noi un soldato spara, un manifestante casca a terra – ricorda concitato Assad – sono corso dal soldato e gli ho urlato ‘perché ci spari?’. Ho provato a togliergli il fucile, era un ragazzo come me. Poi parte un colpo. Il proiettile mi trapassa la mano. Cado a terra. Penso di morire – ride – il sangue mi inzuppa i vestiti: nessuno mi aveva mai sparato addosso”. Ma è stato un altro il momento in cui la vita di Assad è cambiata: “Quando è morto mio fratello piccolo ho capito che la mia vita era finita. Tutto sarebbe stato diverso. Per me ci sarebbe stato solo il presente”.

Il presente di Aleppo è un limbo di gironi infiniti. Un tempo era la città del commercio. Conosciuta anche per il suo sapone, il Qudud al Halabi (un tipo di canto aleppino) e le splendide vestigia. Negli anni ottanta, insieme alla città di Hama, era stata teatro della repressione contro i Fratelli Musulmani, che erano riusciti a impadronirsi di una rivolta popolare. Quegli eventi, i rastrellamenti e le sparizioni, gli attentati e le rappresaglie, sembra si siano riprodotti in scala infinita nella vita della generazione che era nata sul finire di quegli eventi. Ma il passato non c’è più: l’assedio delle forze di Damasco a caccia dei ribelli lo ha cancellato. Assad non riesce a ricordare com’era la vita prima della guerra, se chiude gli occhi vede solo frammenti dai contorni sfumati: “Andavo in palestra, pensavo allo studio. Giocavo a biliardo. Uscivo, e con gli amici passeggiavamo per il centro città. Non li ho più visti”.

ali-eyal-120ALI EYAL, 22 anni. Baghdad, Iraq
Mille km a sud est, a Baghdad, da piazza Tahrir parte una lunga strada che costeggia il Tigri, intitolata al poeta di epoca abbaside Abu Nuwas. Quella strada racconta l’eterno ritorno di speranze e illusioni che accomuna le generazioni. Quelle spazzate via dall’Isis che nella sua fulminante avanzata bussò, senza entrare, alle porte della capitale irachena. O quelle dei giovani iracheni che pochi anni fa vi sfilavano in corteo. “Volevamo un Iraq di tutti, a prescindere dalla fede”, racconta Ali Eyal, 22 anni, ricordando le manifestazioni del 2011 – chiedevamo un cambiamento. Poi si sono infiltrati i partiti settari e noi siamo stati emarginati. E’ accaduto come in Egitto: prima le proteste popolari, poi sono arrivati i Fratelli Musulmani che hanno preso il comando. Ma la colpa – è sicuro Ali – è anche del movimento: si è accordato con partiti confessionali, credendo, ingenuamente, nella loro onestà. Così tutto è finito”.

Allora Ali ha scelto l’arte: “E’ l’unico modo per dare senso al caos. La scena artistica è fluida, aperta alle nuove influenze. Ma anche qui c’è corruzione: devi avere conoscenze. E’ meglio il Cairo o Beirut”, sostiene sicuro. Con il tempo ha imparato a selezionare gli amici, tentando di allontanarsi da quelli che li invitavano a seguire orientamenti confessionali o a entrare in questa o quella milizia: “Parlano di religione, ma la questione è solo politica”. Fino alla notte tra il 2 e il 3 luglio il luogo degli incontri degli artisti era la caffetteria Abu Zahra, nel quartiere di Karrada. Poi, un attentato ha cambiato tutto. Quella notte, a Karrada, un camion frigorifero imbottito di esplosivo è saltata in aria davanti al centro commerciale al Hadi: 324 morti e oltre 200 feriti. “Gli attentati sono diventati normali, come scambiarsi un saluto per strada – dice Ali – è naturale fare l’abitudine a questa condizione? Il vero problema è proprio questo: ci siamo abituati”.

dani-qappani-120DANI QAPPANI, 28 anni. Mohadamyeh, Siria
Chi non muore sotto le bombe nella sua città viene mandato a fare la stessa fine altrove. “A Mohadamyeh avviene quello che è accaduto a Darayya (sobborgo di Damasco, ndr) e nel quartiere del Waer, a Homs”, spiega Dani Qappani, 28 anni, mentre prepara le valige e le sue poche cose, prima di lasciare la casa in cui è nato e dove ha resistito all’assedio e alla fame per anni. Il 26 agosto, Darayya era stata la prima località oggetto di un accordo fra il governo e l’opposizione per sfollare i ribelli e i civili: li mandavano a Idlib, città controllata dall’opposizione e sotto il costante bombardamento dell’aviazione russa e di quella governativa. Il 22 settembre, una seconda intesa era stata raggiunta con gli oppositori assediati al Waer. Anche loro spediti a Idlib, a morire. Il 19 ottobre è stato il turno di Mohadamyeh. “E’ l’ultima foto che vi mando da qui”, ha scritto su Facebook Dani. Dietro di lui gli autobus verdi, quelli che prima della guerra erano usati come mezzo pubblico. Il biglietto per Idlib costava dieci lire.

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Avere 20 anni ai tempi dell’Isis – La vita tra le autobombe: ‘Il Califfato è il passato. Il futuro? Una nuova guerra di religione’

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