“L’alta moda capita da un metalmezzadro ignorante, cattolico, fascista. Milano, Parigi, sfilate, passerelle, modelle anoressiche, stilisti gay e tossici, tutto compreso, all’istante, attraverso una sola parola, l’unica a contare davvero: comandare. Ha ragione mio padre, lui che ha sempre e solo comandato le bestie nei campi e in ultimo cinque operai dentro un magazzino di lavatrici, e che ha ovviamente sottomesso mia madre. Ha afferrato il punto: le storie non si comandano, la letteratura è ingovernabile, scrivere per lavoro è assurdo, pertanto inutile, utopico, come ogni artista agli occhi di una nazione intera: l’Italia. Uno scrittore non è altro che un corpo che espone le proprie scapole al popolo, chiedendo di essere pugnalato. ‘Scrivere è un’illusione, eppure continuo a scrivere’, affermava Pier Paolo Pasolini, settant’anni fa”.

E c’è molto della poetica di Pasolini nel nuovo romanzo di Massimiliano Santarossa, Padania. Vita e morte nel Nord Italia (Edizioni Biblioteca dell’Immagine), soprattutto il concetto chiave che la letteratura deve essere, obbligatoriamente, critica della società. È un testo ruvido, scomodo e coraggioso quello dello scrittore friulano.

Apparentemente la trama potrebbe essere letta come il rapporto, non privo di contrasti generazionali, tra un padre e un figlio adolescente, ma a un’attenta analisi Padania è un lungo viaggio iperrealista, antropologico e allucinante tra le oscenità dell’Italia settentrionale, vista non solo nella sua cornice geografica ma anche come dimensione emotiva, ormai logorata e morente, incapace di portare avanti il modello sociale da essa partorito.

Il protagonista, uno scrittore in perenne conflitto con se stesso e con ciò che è diventato, rappresenta una sorta di Virgilio intossicato dallo smog che accompagna il lettore dentro i rigurgiti di una crisi economica ormai endemica, tra gli abusi alcolici della collettiva noia postmoderna, lo immerge nelle futili evasioni di un sesso ultra-mercificato, gli vomita addosso i paradossi dell’affermazione di una vita borghese.

È scritto bene, Padania, è un romanzo diretto, completo, che amalgama la critica sociale e le scene più intime in un impasto compatto di riusciti dialoghi diretti e di parti indirette tese a evidenziare le problematiche della contemporaneità. E per dare ancora più forza al suo romanzo sociale Santarossa chiude con un breve saggio sul nord (in forma di note interpretative), grafici sulla cementificazione dell’Italia, andamenti economico/produttivi, potere d’acquisto, fotografie industriali e metropolitane, consigli letterari. Il tutto per dare una forma esaustiva e totale alla sua opera.

Un romanzo importante, che andrebbe letto per capire che, in fondo, il successo dato dal progresso non è altro che un grande insuccesso che si lascia, giorno dopo giorno, sempre più vittime alle spalle, fino a quando non rimarrà più nessuno a rimirare le rovine di questo angolo logorato del Belpaese.

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