L'abito nuovo

BARI – Partiamo dall’assunto che il teatro è e deve essere necessariamente e senza sconti “politico”, parlare alla polis, della polis, cercando di forzare e spingere la società, compito dell’arte tutta, al cambiamento, alla ricerca della bellezza in senso lato, la comprensione, la riflessione, il dubbio, la domanda, il tormento, tutte dannazioni utili e fondamentali per scavallare il presente e lanciarsi in quella bolla oscura chiamata futuro. Detto questo accogliamo con un plauso l’operazione pugliese L’abito nuovo, per averci restituito, dissotterrandolo dalla nebbia nel quale era caduto, fatto rinascere e riesumato, risorgere e riemergere dall’oblio la prova testuale firmata da Eduardo e Pirandello, con la voce del primo che ci racconta l’antefatto e l’incontro tra i due Maestri.

Come benediciamo l’impresa di Michelangelo Campanale (suo il commovente Cinema Paradiso) di farci assaporare quest’incrocio più unico che raro di due campionissimi inarrivabili, nutriamo molte riserve non tanto sulla messinscena ma sui significati più intimi, qui molto radicali e smaccati, evidenti e lampanti, che ne scaturiscono, che con forza penetrante si ergono. I temi cari al drammaturgo di Filumena Marturano e del Premio Nobel siciliano ci sono tutti: la povertà, le miserie dei bassi, il teatro nel teatro. L’abito nuovo (perfetto in tempi di saldi) nasce come novella pirandelliana (topos il sarto che sta dentro e fuori la scena, deus ex machina, scrittore, cucitore della tragedia) e porta con sé un carico di scaramanzia: dopo pochi giorni di prove nel ’36 Pirandello muore, mentre durante questa nuova impresa è deceduto Luca De Filippo, che aveva concesso i diritti.

Forse l’aggettivo è forte, ma la piece la definirei “sessista”. Tema scivoloso e pericoloso, tutto è basato sulla dicotomia onesto/disonesto, dove al primo la connotazione e la declinazione è al maschile, al secondo è femminile. Un uomo, un impiegato grigio, il nostro protagonista, Michele Crispucci, dignitoso gran lavoratore onesto, è stato lasciato dalla moglie una ventina d’anni prima. Oltre al marito aveva abbandonato anche una figlia praticamente in fasce. La ragazza, che si era sposata a quindici anni, successivamente è divenuta una soubrette (con tutto il carico di voci, chiacchiere, illazioni, amori da fotoromanzo, sul rischioso crinale della prostituzione) molto richiesta, bellissima, contesa da nobili e principi, nelle feste più in, nelle corti più ambite. Alla sua morte, un accadimento pulp, crudo e violento, senza aver scritto testamento, i suoi beni, case, soldi e abiti, vanno di diritto al marito ed alla figlia. Qui cambia la vita di Crispucci che da diligente segretario mansueto, sotto il peso del controllo sociale, accede a quella follia, materia ampiamente amata e trattata dall’autore del Fu Mattia Pascal. C’è un che di felliniano, tra lo sfarzoso e il miserabile, tra il lusso e il popolano.

Convincente la scena divisa in due tronconi, sopra, dentro un grande riquadro intagliato (quasi una gigantesca tv) ha vita il cinematografo di fumi e movenze di celluloide, quasi un acquario che si apre sul fondale, sotto, schiacciati in una striscia-lingua da dover stare chinati (la pochezza, la bassezza morale degli uomini) un mondo da lillipuziani mignon di timbri e carte bollate e colletti bianchi simile a quel settimo piano e mezzo del cult Essere John Malkovich.

Ma è l’impianto, il messaggio di fondo che ci coglie imbarazzati e in completo disaccordo. Mi si dirà che il dramma è stato scritto ottanta anni fa, però il riprenderlo oggi, con il dibattito così pressante sulla condizione femminile (ultimo caso i fatti di Colonia), sul femminicidio, è un chiaro segno. Certo negli anni ’30, quando è stato scritto, non esistevano divorzio e aborto, le donne non potevano votare e la parità dei sessi, se oggi è lontana, allora era una mera chimera utopistica. Due i filoni percorribili per discettare sulla piece; da una parte la “roba”, dall’altra la “donna”. E’ proprio questo secondo aspetto che predomina. Qui donna (Traviata come ci indicano le note verdiane) fin dall’inizio fa rima con disonesta, anzi, la donna che si vuole rendersi libera, indipendente e autonoma dal controllo dell’uomo, che sia marito, padre o fratello, viene considerata alla mercé di una sgualdrina, una prostituta, una donna da marciapiede, e così trattata, diventa un’intoccabile con la quale non si deve nemmeno stare nella stessa stanza né parlarci, a rischio di essere ricoperti da vergogna pubblica.

La donna è l’ultima dei paria che fin quando è usata e spostata come un oggetto senza volontà né coscienza allora può essere accettata in questa società maschile, quando invece alza la testa e la cresta, fa richieste, chiede di affrancarsi da questo potere che la soffoca e la segrega, che le toglie spazio e le nega la parola e le decisioni, in quel caso diventa reietta e come tale deve essere additata, scansata, schifata, indicata, emarginata. Tra il “nostro” eroe sconfitto per colpa della donna, malafemmina, e la showgirl di successo (oggi diremo velina) l’ago è sbilanciato verso il primo, e quindi salvato, perché è stato abbandonato, tradito, e per questo è pure diventato lo zimbello dell’ufficio e del paese perché non ha avuto polso nel contenere e nel rimettere a posto quella testa calda della moglie. In definitiva non crediamo nemmeno nell’onestà del nostro impiegatuccio nel non voler accettare l’eredità secondo lui guadagnata con mezzi sporchi; è il controllo sociale e lo sguardo indagatore degli altri uomini del branco che lo portano a quel gesto, così anacronistico e moralistico.

Da parte degli uomini non vi è alcun segno di commiserazione né tentativo di comprensione né pietà per la donna, neanche nel momento della morte cruenta, anzi è una liberazione, un sospiro di sollievo per tutti (viene in mente la giovane Hina a Brescia). Nemmeno le donne, schiacciate e controllate dagli uomini, hanno un moto d’orgoglio, uno scatto di autonomia o di solidarietà. La donna andava linciata e lapidata per il buon nome del paese, per ristabilire l’ordine, per la tranquilla conservazione dei valori tradizionali e ancestrali. La donna che cerca la sua strada è un’onta da mettere a tacere, un disonore da punire come in quella società islamica che sempre più affollerà le nostre democrazie minando le conquiste femminili. Un testo maschilista che soffre gli anni che porta, quasi un secolo, ma intriso di perbenismo e antifemminismo sprezzante, che ci ricorda molto da vicino le tante storie di cronaca che ancora siamo costretti a leggere quotidianamente, le ragazze islamiche uccise perché si vestivano all’occidentale, uccise perché avevano rifiutato un matrimonio combinato, uccise perché volevano studiare o lavorare. L’abito nuovo fa parte di un’altra era geologica.

Visto al Teatro Kismet, Bari, il 10 gennaio 2016

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