Un passaggio ingombro di detriti dopo l'esondazione del Bisagno

Mentre l’onda di calore arrostisce l’Italia, arriva fresca la notizia che 1,3 miliardi di euro sono disponibili pronta cassa per opere urgenti di difesa dalle alluvioni e dalle frane. Invero, la notizia non è proprio fresca, né una novità assoluta, ma questa pioggerellina va comunque benedetta. Friedensreich Hundertwasser ha scritto che “ogni goccia di pioggia è un bacio dal paradiso” e speriamo che il prossimo autunno non contraddica il grande bioarchitetto viennese, come accaduto nel corso di tutti gli ultimi anni. Perfino due torrenti a me cari sono in lista: a Genova il Bisagno cui ho dedicato un libro e il Seveso a Milano. Pur con enormi differenze, sono entrambi assurti ad archetipo dell’incapacità di affrontare in modo razionale la sfida climatica. Insomma, viva #italiastaisicura.

Una volta realizzato, lo scolmatore del Bisagno che la società civile reclama da 45 anni, garantirà a Genova una significativa resilienza. Anche grazie alla ridondanza con le altre opere in cantiere, tra cui il piccolo scolmatore di un minuscolo affluente, il rio Fereggiano, intrapreso nella convinzione che lo scolmatore ‘grande’ non si sarebbe fatto mai. E si spera che ci sarà anche la dovuta attenzione alle opere accessorie e ancillari, indispensabili per mitigare il rischio in una della città europee più vulnerabili. Sul Seveso, invece, sarebbe stato meglio costruire la galleria che la giunta Albertini aveva previsto e progettato e trovato anche come finanziare, ma una galleria che non si vede è poco mediatica.

Non è la prima volta che l’Italia ‘cambia marcia’ oppure ‘svolta’, come va di moda dire oggi; e speriamo che sia la ‘svolta buona’. La somma di 1,3 miliardi, circa 5 volte la spesa per il Quirinale, è poco più di un terzo di quanto spende il Regno Unito all’anno per fronteggiare la sfida del clima, ma è molto meglio di nulla. Anche se qualche gufo nota che, confrontando questa somma con i 12 miliardi per la banda larga, navigare dopo un’alluvione non sarà mai stato così facile e veloce. Perché solo nei primi due mesi autunnali del 2014 frane e alluvioni hanno fatto 2 miliardi di Euro di danni.

Gli stessi gufi paventano che, per via della nota simpatia di chi comanda verso i nani e le ballerine, i progetti non saranno tutti eccelsi; ma bisogna aver fede: se non saranno scelti i migliori talenti e le più alte competenze, almeno si spera che i peggiori e gli incompetenti assoluti rimangano alla finestra o almeno confinati in un Cantone (=angolo, in lingua genovese). E qualcuno ha pure notato che il primo prodotto della ‘unità di missione’ assomiglia più a una lista della spesa che a un piano organico, ma si tratta certamente di una svista mediatica del governo, già teso a rincuorare gli alluvionandi autunnali.

Sfogliando il manoscritto del libro che sto scrivendo (Alluvioni d’Italia dall’unità al terzo millennio) di svolte buone ne trovo moltissime. Dalla svolta romana che, dopo il castigo di Dio dell’alluvione post-natalizia del 1870, corredò la capitale dei suoi muraglioni, al piano trentennale post-Polesine del 1954 che prevedeva l’investimento complessivo di 1550 miliardi di lire. Per non parlare delle 17 dighe sull’Arno del Piano Supino post-alluvione 1966 o degli 11 invasi e dei 3 canali diversivi del successivo Progetto Pilota. Chi l’ha visti?

Nel mondo (ultimi dieci anni) ci sono stati danni per circa 190 miliardi di dollari all’anno a causa di catastrofi naturali, più del 90% prodotti alluvioni, frane, incendi e siccità. Poco meno del PIL di un paese come il Portogallo. Erano 75 negli anni Novanta e 35 negli anni Ottanta. Non solo mega-disastri, ma un rosario di alluvioni e frane ha colpito le comunità più vulnerabili dei paesi avanzati come di quelli più poveri. Secondo le Nazioni Unite, dall’anno 2000 il costo economico ‘diretto’ dei disastri ha superato 1.500 miliardi di dollari. E mancano dal conto le perdite economiche indirette e, soprattutto, le vittime.

Vittime e danni non sono il risultato della sola pericolosità naturale dei fenomeni estremi, ma anche e soprattutto dell’esposizione al rischio e della vulnerabilità del territorio e della società. Tutte cose che hanno a che fare con il consumo di suolo e le sue cause, anche legislative e amministrative, che giacciono tuttora nel limbo delle urgenze disattese. A scala urbana, la resilienza è lo strumento più efficace di difesa dalle catastrofi e di adattamento al cambiamento del clima. Ci si arriva con #italiastaisicura?

E siamo sicuri che la pioggerellina d’agosto non si ridurrà a una cena delle beffe, come accaduto a Genova per una pantagruelica cena pro-alluvionati a Palazzo San Giorgio, che agli alluvionati non ha distribuito neppure un centesimo.

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