“Non sono sicuro che la Giulia si chiamerà Giulia”, aveva detto Sergio Marchionne al Salone di Ginevra di marzo, rispondendo ai giornalisti che avevano informalmente battezzato così il nuovo modello Alfa Romeo. Con un nome che, seppure non ufficiale, era sufficientemente realistico ed evocativo. Ma se non si chiamerà Giulia, come? Tutti a chiederselo. Forse con un nome adatto a festeggiare i 105 anni di storia del marchio? Oppure uno di fantasia, facilmente comprensibile anche all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, dove l’Alfa sogna un ritorno in grande stile?

150624_Alfa-romeo_Giulia-Reveal_02

Alla fine Marchionne s’è comportato come un padre indeciso, che si rassegna a scegliere per l’ultima nata il nome della nonna. Giulia, appunto. Una simile esitazione s’era vissuta anche con la Giulietta del 2010: fino all’ultimo doveva chiamarsi Milano, tant’è vero che i primi giornalisti che scaricarono le foto ufficiali dal sito stampa trovarono quelle di una Giulietta che in coda portava scritto il nome del capoluogo lombardo.

Non che il nome sia tutto, sia chiaro, ma quando si tratta di vendere prodotti industriali ci sono formule che funzionano meglio di altre. E visto che la presentazione stampa di Arese condotta dal numero uno Harald Wester era un continuo riferimento alla tradizione del marchio, non si capisce perché all’Alfa Romeo abbiano abbandonato le sigle (147, 156, 159) e i toponimi (Milano, appunto, e MiTo, che non avrà un’erede), ma ancora non si decidano a sposare con entusiasmo le denominazioni storiche. Potrebbero essere un punto d’orgoglio, le fanno sembrare un ripiego.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Renegade, la Jeep che si è fermata a Melfi

prev
Articolo Successivo

Auto, che passione! Il mio manifesto

next