Il Volo doveva essere e Il Volo è stato. Nel Sanremo della restaurazione, del renzismo da rinculo verso gli anni Novanta, non potevano che vincere i giovani vecchi, gli alfieri della finta rottamazione che con un occhio ammiccano al nuovo (solo ed esclusivamente anagrafico) e con l’altro guardano sognanti ai bei tempi andati. Trionfo popolare, a quanto pare, con i tre ragazzotti dalla voce lirica che hanno dominato il televoto e hanno resistito all’operazione di contenimento delle altre giurie.

Ma nemmeno il più ecumenico dei Festival può nulla nei confronti di una diffidenza diffusa tra giornalisti e addetti ai lavori. E infatti, nel corso della conferenza stampa che ha seguito la finale, il clima in Sala Stampa all’Ariston era tutt’altro che festoso. Larga parte dei giornalisti presenti avrebbe premiato persino Cirilli pur di non assistere al trionfo del “bel canto all’italiana” che ci fa tornare indietro di sessant’anni in una notte sola. E i tre ragazzotti, che sono giovani ma per nulla scemi, lo hanno capito e hanno impegnato il loro tempo a rintuzzare attacchi, veleni e diffidenze: “Molti di voi non sono d’accordo con il risultato, ma noi abbiamo il popolo dalla nostra parte”. Il più insopportabile dei tic politici italiani, cioè appellarsi alla volontà popolare che tutto copre e tutto cancella, che dovrebbe far diventare superfluo qualsiasi dibattito sul merito delle cose e sulla qualità: forse il successo innegabile riscosso in America ha montato un po’ la testa.

Venderanno dischi nel nostro Paese? Probabilmente non moltissimi, anche perché i dischi ormai li comprano solo i giovanissimi e loro preferiscono i Dear Jack o Lorenzo Fragola, Emma Marrone o Fedez.
Giusto per la cronaca, il podio di questo Sanremo è stato completato da un redivido Nek (amatissimo da radio e giornalisti) e da una abbagliante Malika Ayane, accolta in Sala Stampa da un’ovazione meritatissima per una canzone e una interpretazione da grande signora della musica.

Nella classifica finale non sono mancate le sorprese clamorose, come il settimo posto dei Dear Jack, dati tra i favoriti alla vigilia, e addirittura il decimo di Lorenzo Fragola, fresco vincitore di Xfactor. I maligni, che a Sanremo sono assai numerosi, tratteggiano una sorta di megacomplotto ai danni dei talent show di Mediaset (Amici di Maria De Filippi) e Sky (Xfactor): a quanto pare la giuria degli esperti avrebbe avuto la chiara intenzione di tarpare le ali ai concorrenti usciti dai talent, dopo anni di vacche grasse per loro in Riviera.

Uno dei giurati, di passaggio in Sala Stampa, in fondo ha detto testuali parole, nemmeno troppo segretamente: “Noi tenteremo di tenerli bassi così da controbilanciare il televoto”. Missione compiuta, a quanto pare.
Ai piedi del podio, però, si sono piazzate altre due creature da talent, che però sono uscite dalla tv da qualche anno e ormai brillano di luce propria: Annalisa Scarrone (Amici, quarta) e Chiara Galiazzo (Xfactor, quinta). Ultimi, invece, Grazia Di Michele e Mauro Coruzzi con la loro emozionante Io sono una finestra. Molto in basso anche Bianca Atzei (quattordicesima), oggetto misterioso arrivato a Sanremo tra le polemiche e sospinta da una campagna promozionale e di pressione senza precedenti (che evidentemente non ha pagato, però).

Ma in fondo tra qualche giorno dimenticheremo tutto: risultati, quasi tutte le canzoni, auspicabilmente anche una delle settimane più noiose della nostra vita. Quello che non si potrà scordare, però, sarà la netta sensazione di aver assistito al trionfo a furor di popolo di una musica che è tradizione italiana, è vero, ma che ormai non ha più mercato nel nostro paese. In America e nel resto del mondo, dove amano lo stereotipo dell’Italia del bel canto, della pizza, del sole e del mandolino, l’operazione non può che funzionare. Da queste parti, invece, è solo l’ennesima prova che viviamo tempi difficili, attraversati da finti ricambi generazionali che promettono la rivoluzione e di fatto agevolano la restaurazione. Forse ce li meritiamo, i giovani vecchi. E il Sanremo dei morti viventi di quest’anno è lì a ricordarci cos’è il paese reale e quanto poco lo conosciamo. Che poi, onestamente, conoscerlo così poco è davvero un problema?

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