Sul pianeta Terra si costruiscono e si vendono sempre più automobili. Archiviato il 2013 con il record di 83,5 milioni di auto nuove, il 2014 si avvia a stabilire un altro primato, superando la soglia degli 85 milioni e navigando a vele spiegate verso la cifra tonda che gli analisti attendono al massimo entro il 2020. È un numero così grande che si fa persino fatica ad immaginare tante vetture tutte insieme, ma allo stesso tempo rende l’idea di quale peso abbia l’industria automotive sul sistema economico globale. In Cina, poi, assume ancora più importanza perché da lì arriva più di un quarto di tutta la domanda mondiale.

Nel 2014 saranno prodotte 85 milioni di auto nel mondo. La Cina da sola ne assorbe un quarto

Quello cinese è il primo mercato del mondo, con una distanza dal secondo (Stati Uniti) che aumenta ogni anno. Così, mentre in Europa si diffondono e si cercano nuove forme di mobilità alternativa, privata, pubblica o condivisa, i cinesi vivono la loro motorizzazione di massa, ingolfando le città di lamiera e di emissioni nocive. Il problema, se così si vuole definire, è che l’automobile continua a essere in cima alla shopping list del genere umano, che sia per mero desiderio di autocompiacimento o per imprescindibile necessità, importa fino a un certo punto. Lo sanno bene le case automobilistiche, che spaziano con grande naturalezza dalla produzione di mezzi super-economici per i mercati emergenti a quella di costosissime auto a idrogeno, utilizzabili solo in quei Paesi che perseguono l’innovazione e l’eco-sostenibilità.

Proprio quest’ultimo tema sta diventando centrale in Italia, dove l’auto è amata e odiata allo stesso tempo; dove la Fiat ha fatto il bello e il cattivo tempo per decenni; dove si maledice il bollo, il prezzo dei carburanti e delle assicurazioni, quello dei parcheggi e dei pedaggi, ma poi si continua a possedere “la macchina” a oltranza, anche quando sta per cadere a pezzi. Con un mercato del nuovo dimezzato rispetto a prima della crisi (nel 2013, 1,36 milioni di immatricolazioni, contro i 2,5 del 2007) e la paura del futuro, il budget che dedichiamo all’acquisto dell’auto è sceso quasi del 30%, ciononostante siamo ancora il paese europeo con la più alta densità di vetture. Ce ne sono 621 ogni 1000 abitanti, quando la media europea è di 490 (Germania 530, UK 498, Francia 497 e Spagna 481), ma stanno diventando sempre più vecchie, quindi meno sicure e più inquinanti.

L’Italia è il paese europeo con la più alta densità di vetture. Ce ne sono 621 ogni 1000 abitanti, quando la media europea è di 490

Nove anni e mezzo è l’età media dei 37 milioni di auto che circolano in Italia, un dato più o meno in linea con quello del resto d’Europa, ma di questeil 39,3% hanno più di dieci anni, contro una media europea del 35,6%, mentre 4 milioni ne hanno più di venti, senza essere, nella grande maggioranza dei casi, “storiche”. Il motivo di questo nostro attaccamento all’auto è semplice, in moltissimi casi non ne possiamo fare a meno perché non abbiamo alternative per muoverci. Basta pensare ai 29 milioni di persone – cioè il 74% delle popolazione attiva e il 49% dei residenti in Italia – che ogni giorno si spostano per motivi di lavoro (due terzi) o studio (un terzo), muovendosi per almeno 15 minuti all’interno dello stesso comune; il 60,8 % di questi lo fa in automobile, il 44,9 % come conducente e 15,9 % come passeggero. Peraltro, nell’ultima decade i pendolari sono aumentati di 2,1 milioni, alla faccia delle forme di lavoro flessibili e di tutti i device connessi a internet che dovrebbero permettere di lavorare da casa.

In questo panorama fosco c’è anche qualche spiraglio di luce, come il car sharing di Car2go ed Enjoy, che sta avendo successo grazie a una formula intelligente e dai costi accettabili. Ma si tratta sempre di alcune centinaia di auto e di quasi 200.000 iscritti, numeri che diventano irrisori inseriti nel panorama italiano. Le uniche città dove sono disponibili, poi, sono proprio quelle che hanno la maggiore densità di auto di tutta Europa, cioè Roma (71 per 100 abitanti) e Milano (57 per 100 abitanti); metropoli complesse, dove l’auto privata non può essere sostituita da un mix di mezzi pubblici deficitari e da una manciata di citycar in affitto che si trovano solo nelle aree centrali.

Milioni di macchine vecchie sulle strade significano più inquinamento e meno sicurezza

Insomma, l’Italia va lenta rispetto al resto d’Europa, tanto nell’innovare quanto nel cambiare auto, anche senza volerne comprare per forza una nuova. Così tutta la filiera dell’automotive – che vale l’11% del Pil italiano – ne fa le spese, dagli operai in cassa integrazione, alle aziende di componenti che chiudono, passando per i concessionari che falliscono e le officine che abbassano la saracinesca definitivamente. Tutto questo senza contare che milioni di vecchie auto sulle strade significano più inquinamento (in Italia, il 51% delle auto appartiene a classi inferiori all’Euro 4) e meno sicurezza: nel 2012, il tasso di mortalità in caso d’incidente era di 3 morti ogni 1000 veicoli nuovi coinvolti in sinistri; considerando i veicoli immatricolati prima del 2003, la mortalità saliva a 10 su mille.

Le proposte di incentivi dedicate ai veicoli più green e a una sostituzione dei catorci con usati più giovani, arrivate rispettivamente dall’Unrae e dall’Aci, potrebbero sicuramente portare una ventata di freschezza, ma il Governo si è mostrato piuttosto arido nell’accoglierle. In ogni caso, il vero problema sta da un’altra parte e si chiama perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Storicamente il termometro della salute del mercato italiano è la quota dei veicoli acquistati dai privati, indovinate quando è stata toccata quella più bassa di sempre?

Le fonti dei dati riportati nell’articolo sono il sito specializzato focus2move e i rapporti del Censis e dell’Istat

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