Chiedimi se sono felice. Dopo il Grand Prix di Cannes a Le meraviglie, Alice Rohrwacher non ha avuto bisogno di chiedere: “Me l’hanno chiesto i miei genitori, è l’unica cosa che gli interessa”. In carnet Corpo celeste (2011), la sua opera seconda nasce dal “desiderio di raccontare la trasformazione del paesaggio agrario”, ovvero, dal ‘ Che bel posto, sembra di stare nel Medioevo!’ lasciato in dote da chi passava per casa Rohrwacher. “Ci sono cresciuta, la campagna umbra è dilaniata tra l’abbandono, l’industrializzazione selvaggia e la trasformazione in museo tematico: le energie politiche e culturali residue vengono impiegate nella salvaguardia degli antichi valori, che però sono solo uno strato. Che tristezza”.

Alice non ci sta, e nelle Meraviglie inquadra “il lavoro in campagna, che non è morto né un idillio a cui rifarsi con retorica”, e lo affida a una famiglia che – al di là delle ricorrenze spicce: la sorella Alba interpreta la madre, il padre è un apicoltore – è autobiografica perché “si vuole molto bene, si ama”. Alice ride: “È una famiglia prima della psicanalisi, non ci sono fiumi sotterranei, nemmeno la scelta di Alba ha un’eco psicanalitica: non avevo un ruolo per lei, la madre me l’immaginavo più grande. Ma poi non la trovavo, e ho ritrovato lei: ‘ Ci devi provare’. E ci ho creduto subito”. Le meraviglie e le Rohrwacher, Alice dietro la macchina da presa, la sorella davanti a far da madre: “Forse è una foto di famiglia, ma non è la mia. Eppure, mi sembra di conoscerla, perché di vero ha che non è coerente”. E, sì, la psicanalisi finisce fuori dal quadro: “Non ho niente contro, ma amo il cinema e mi piace la sintesi, perché affascina, ha potere, ci vuole tanto tempo per scioglierla: il simbolico unisce, mentre l’analisi è diabolica, separa”. Che posizione scegliere, come guardare il mondo, come sintetizzare in un’immagine tutti gli strati del linguaggio verbale? Alice per ora sa “che non posso fare: devo stare lì, prendermi la responsabilità dello sguardo.

E tenere sempre la macchina in mano: anche quando deve stare ferma, è necessario che si senta il respiro di chi la tiene. Non bisogna fare finta che non ci siamo”. Né che non ci siano orme da seguire, meglio, da contemplare: nel dissidio tra una realtà capace di immaginazione e una televisione incapace a tutto, Le meraviglie fa pensare a Reality di Matteo Garrone (Grand Prix a Cannes 2012), “un film che mi ha stordito per bellezza e dolore. Ma non riesco a metterli in relazione, io devo fare ancora tanta strada”. Ma almeno una tappa è già raggiunta, e non si cancella: “Fare esperienza attraverso gli occhi di un altro è un atto politico, così intendo il cinema”. Dopo la Cannes di Alice, la vittoria di Renzi alle Europee, ma le analogie non abitano qui: “Se sapessi avere consenso, farei politica in modo diverso, ma io non lavoro per il consenso, anzi”. Né per la rottamazione: “Il passato, anche quello del nostro cinema, non va rottamato né glorificato: bisogna stare nel presente, nel passato e nel futuro che sono nel presente. E starci con tenerezza”.

Sapendo che “sarebbe bello se i social network fossero davvero sociali, e non individuali: io così non ne sono capace”, sentendo piuttosto che “l’unico social è la sala cinematografica”, e chiedendo un pezzetto di felicità: “Basta dire che questo, i film di Frammartino, Marcello e altri non sono italiani: lo sono, c’è un humus vivo e forte. E bisogna ripeterlo a chi finanzia, perché ne tragga maggiori motivazioni: sono film italiani”.

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