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Razzismo e basket: perché sono cose serie

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Donald Sterling, il proprietario della squadra di basket dei Los Angeles Clippers, che, nel corso di una telefonata con la sua fidanzata le aveva intimato di non invitare “neri” alle partite né di accompagnarsi a loro, ha ricevuto ieri una punizione esemplare dalla Nba che prevede la sua esclusione da tutte le partite di basket, nonché da ogni attività legata ai Clippers, oltre al pagamento di una multa di due milioni e mezzo di dollari. Adam Silver, il “commissioner” della Nba, ha anche annunciato che, come previsto dal regolamento, cercherà di assicurarsi i voti necessari per costringere Sterling a vendere la squadra, per la quale ci sono già molti acquirenti, incluso Magic Johnson, leggenda del basket, e al centro delle polemiche perché ritratto nella foto, postata su Instagram dalla signora Stiviano, che aveva dato origine al rigurgito razzista del suo fidanzato.

Dopo giorni in cui giocatori, ovviamente di tutte le etnie, dirigenti, commentatori e pubblico avevano reagito compatti nel dimostrare sdegno e condanna nei confronti di Sterling, la Nba ha preso una decisione esemplare che la dice lunga sul valore dello sport, a cominciare proprio dal basket, da sempre in prima fila per le battaglie per l’integrazione, e sul senso civico di un paese che sa, quando se lo trova davanti, reagire al razzismo nella maniera più giusta. 

Un oceano lontani, purtroppo, dall’Italia dove ci si divertì a vedere la vignetta con Mario Balotelli versione King Kong; dove un ministro della Repubblica, per il colore della sua pelle, è stata reiteratamente insultata e offesa senza nessuna conseguenza per i “molestatori” e dove, ora, ci basta una banana per sentirci dei Martin Luther King.

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