L’industria italiana del cinema è un vero spasso. Come la celeberrima commedia ambientata interamente in un aereo, dove non tutto è possibile ma può capitare di tutto.

Capita che una produttrice esecutiva imponga un attore di sua scelta contro il parere univoco di regista, direttrice del casting e membri della produzione. E nessuno si ponga il problema. Capita che un produttore privato, vantandosi, lui, di poter fare film senza finanziamenti statali, commissioni una sceneggiatura ad un giovane regista, la paghi per intero, paghi 6 mesi di casting e persino la ricerca delle locations per poi mettere tutto in un cassetto e aspettare i finanziamenti pubblici da ormai tre anni.

Capita che un regista con scarsa esperienza e curriculum scriva una brutta sceneggiatura ma millanti finanziamenti sicuri e contatti con grosse case di distribuzione per convincere tutti (produzione, casting, locations, costumi) a lavorare alla preparazione delle riprese per poi sparire nel nulla e lasciare tutti senza spiegazioni e senza un soldo due mesi prima delle riprese.

Capita che il film girato esca nelle sale senza che la produzione abbia saldato il compenso pattuito nel contratto che regola l’utilizzo dei diritti di immagine ai protagonisti dello stesso, quindi perseguibile per vie legali con la stessa facilità con cui si può perseguire un assassino reo confesso trovato con l’arma del delitto fumante in mano. Capita che il cachet sia decrescente più passa il tempo, nonostante la qualità dei progetti a cui si partecipa sia sempre più alta.

Capita poi di vergognarsi di dove si è cresciuti quando si lavora altrove e si viene pagati tranquillamente a fine riprese, senza timore alcuno, perché il rischio che la produzione non paghi è, impensabilmente, inimmaginabile. Germania e Francia sono lontane milioni di chilometri, eppur così vicine.

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