Uno dei romanzi italiani più riusciti del 2013 è a mio parere Come fratelli, di Andrea Carraro (Barbera Editore), che racconta l’amicizia trentennale tra Andrea e Dario. Un legame formatosi “nell’evo mitico dell’adolescenza, quando le amicizie virili si stringono nel gruppo dei pari”. Un gruppo “pseudo-delinquenziale” che si ritrova in un bar del quartiere Trieste a Roma, formato da ragazzotti nebulosamente di destra, trucidi coi Camperos e figli di buona famiglia, pariolini di seconda classe (“Eravate i fratelli più piccoli dei mostri del Circeo. Loro però erano personaggi tragici, mentre voi ne rappresentavate una parodia ridanciana”).

Andrea ha un carattere complesso, speculativo e fragile, nel corso della storia diventerà uno scrittore ma dovrà fare i conti con la percezione che tutto ciò che lo circonda è affetto da una sorta di invincibile mediocrità. Dario invece ha una personalità vivace, ai romanzi preferisce la filosofia e i saggi scientifici, il suo fervore nell’età adulta lo trasformerà in un mistico delirante che predica il suicidio collettivo.

Come fratelli è a sua volta il racconto di come Andrea arriverà a scrivere Come fratelli, ossia il romanzo nel romanzo. “Sono anni che scrivi e riscrivi di me, pensi che non lo sappia?”, dice Dario a un certo punto della storia. “Certo, era un modo per esorcizzare la tua perdita”, gli ribatte Andrea. Narcisismo e ossessioni. Ma soprattutto un faro puntato sulle leve che muovono il sentimento umano più indecifrabile – l’amicizia – che è pur sempre uno dei temi più battuti dalla letteratura di ogni tempo, ma che Andrea Carraro ha il grande pregio di trattare scartandone tutta la retorica.

Nel destino dei due protagonisti sembra condensarsi anche il senso più profondo della storia recente d’Italia. Andrea Carraro indica implicitamente quello che sembra essere il duplice destino del ceto borghese dopo le frantumazioni degli anni Settanta: una classe sociale che se da una parte implode su stessa, riducendosi a piccolo ceto impiegatizio, dall’altra esplode nell’esaltazione più allucinata di sé. C’è una città, Roma, che è colta in tutta la sua burbera indolenza, un’indolenza che tuttavia tiranneggia i caratteri delle persone. C’è uno sguardo retrospettivo sugli ultimi decenni che ha ben poco di nostalgico, ma che possiede una lucidità efferata e una fermezza quasi classica. E c’è soprattutto una straordinaria capacità di recuperare il senso profondo di intere esistenze, una qualità che, val bene ricordarlo, è propria solo degli scrittori più sensibili e capaci.

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