Pare sia stato proprio Romano Prodi a definire una “manfrina” quella sul conflitto d’interessi berlusconiani. Definizione che va senz’altro accolta, con particolare riferimento all’incredibile sequela di errori e occasioni mancate che ha contrassegnato la condotta del Pd in materia. Tra i vari significati che i dizionari offrono del termine, saremmo tentati di preferire il seguente, tratto dal Treccani online: “Messinscena fatta allo scopo di ottenere qualcosa, di convincere o comunque coinvolgere qualcuno, e sim.: fare la m.; non fidarti, è tutta una m., è solo una m.; ormai conosco bene le sue manfrine; Le si erano messe intorno, facendo tutta una m., per avere qualcosa (Pasolini)”. Ovvero anche quest’altro, sempre dalla stessa fonte: “Discorso, chiacchierata, e sim., noiosi e tirati troppo per le lunghe: è sempre la stessa m.; quando la finirai con questa manfrina?”.
Operando una sintesioperativa fra i due significati prescelti abbiamo in effetti un concetto che sembra più di altro attagliarsi alla realtà dei fatti: messinscena fatta allo scopo di tirare la questione per le lunghe senza aver la minima intenzione di risolverla. Guardate ad esempio, ma è solo l’ultimo di una lunga serie a questo punto storica, alla geniale proposta dei deputati piddini Mucchetti e Zanda, che oltre a costituire un salvagente per Berlusconi, ha ben poche possibilità di essere approvata entro la legislatura, come riconosciuto dagli stessi proponenti.
Ma allora che senso ha? Il senso è chiaro: fornire un alibi al voto contrario all’ineleggibilità di Berlusconi, unica soluzione desumibile da una corretta e non tendenziosa interpretazione delle norme. Giovanni Incorvati in un brillante intervento pubblicato sul sito dei giuristi democratici ha ricostruito il dibattito avvenuto in seno all’Assemblea costituente che portò all’adozione dell’articolo 10 c. 1 n. 1 del d.p.r. 30 marzo 1957 n. 361, sulle cause di ineleggibilità derivanti da situazioni economiche:
“Non sono eleggibili inoltre: 1) coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l’obbligo di adempimenti specifici, l’osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta”.
Incorvati, nel suo scritto, sottopone a critica vincente l’interpretazione assurdamente restrittiva del termine “in proprio” che è tuttavia finora prevalsa in sede di Giunta delle elezioni con il concorso determinante del Pd. Interpretazione che è da rigettare, oltre che per argomentazioni di ordine logico, alla luce del dibattito avvenuto in sede di Assemblea costituente che vedono il netto prevalere dell’interpretazione estensiva: “In nessun momento della discussione risulta che qualcuno dell’Assemblea abbia voluto dare alla locuzione “in proprio”, che in tali contesti veniva utilizzata per la prima volta, un senso neanche lontanamente riconducibile a “in nome proprio”.
Per quali motivi, dunque, si è scelto di operare una giravolta a centottanta gradi rispetto a tale posizione, violentando la logica e le norme, per salvare Berlusconi? Per quali motivi Mucchetti e Zanda presentano oggi una proposta alternativa all’applicazione della legge che sancisce l’ineleggibilità nella piena consapevolezza dell’impossibilità di approvarla entro i termini? Per quali motivi mai il Pd e il centrosinistra, pur avendo i numeri, sono riusciti a risolvere il problema del conflitto di interessi di Berlusconi, che comporta una pesantissima ipoteca sulla democrazia italiana (mentre altri se ne affacciano, vedi oggi l’interesse rinnovato di Fiat e Marchionne per Rcs nella conclamata indifferenza di Napolitano)?
Sarebbe facile e consolatorio dire che si tratta, come spesso accade, di incompetenza, incapacità e codardia. Ci deve essere qualcosa di più, quel qualcosa di più, per intenderci, che oggi alla base dell’infausto operare del governo Letta in vari campi, fra cui quello del tentativo di snaturamento della Costituzione repubblicana e di norme fondamentali quali appunto quelle sull’ineleggibilità, mai applicate correttamente rispetto a Berlusconi. Quel qualcosa di più che ci fa pensare che in fondo Pd e Pdl sono entrambi pilastri di un sistema di potere iniquo e parassitario che va abbattuto fino alle radici per dare un futuro al nostro Paese. Di tale sistema di potere, in fondo, Berlusconi è solo un epifenomeno, per quanto tristemente emblematico.
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