Ho provato a scrivere qualcosa di nuovo, ma niente, non mi viene. Prendere o lasciare, tutto quel che volevo dire sul capolavoro dell’anno scorso l’ho già detto su Vivilcinema (numero 3 2013), la rivista della FICE (Federazione Italiana Cinema d’Essai), che trovate – una volta tanto non è un luogo comune – nei migliori cinema. Qui sotto, con qualche piccola aggiunta dell’ultima ora, la mia recensione di Holy Motors, il film che Nanni Moretti l’anno scorso s’è “dimenticato” di premiare a Cannes. Voi non fate lo stesso, da oggi è in sala: poche storie, un must see. Perché “la bellezza è nell’occhio di chi guarda”.

Santa astinenza: dopo 13 anni a fari spenti, l’enfant terrible (tre chicche tra i 24 e i 31 anni, da Boy Meets Girl a Gli amanti del Pont-Neuf) Léos Carax riaccende il “Motore!” e gira da Dio. Da Les yeux sans visage di Franju (esplicitato con la chauffeuse Edith Scob) alle scimmie di Kubrick, passando per le Alpi di Lanthimos, un mesmerizzante fantareality su e giù dalla limousine, con cambi di marcia e sorpassi sul reale che il coevo Cosmopolis di Cronenberg può solo sognarsi. L’attore Denis Lavant si traveste a genere e soggetto, interpretando più personaggi (Sig. Oscar/banchiere/mendicante/specialista Motion Capture /Sig. Merda/padre/fisarmonicista/killer/vittima/moribondo/uomo di casa), mette un pietoso burka a Eva Mendes e fa volare Kylie Minogue, che ricambia con la chicca Who Were We?.

C’era già il titolo l’anno scorso, Palma d’Oro 24 Carax, ma il nostro Nanni Moretti, presidente di giuria, non ha avuto gusto e coraggio per benedire una grandeur visionaria senza eguali: zero premi. Comunque, Nanni è in discreta compagnia: i detrattori si raccolgono dietro il j’accuse “non si capisce”, ovvero, pretenzioso, solipsistico, presuntuoso.

Sbagliano, perché al contrario Holy Motors è una limpida dichiarazione d’impotenza e un originale certificato di morte: gli spettatori in sala (l’incipit) sono dormienti o peggio, Léos Carax osserva dall’alto e s’arrende. Chi vedrà quel che stiamo per vedere? E perché, lamenta il multiforme Lavant, oggi le telecamere non si vedono più? Nemmeno chi recita capisce, conta solo la performance e nemmeno sappiamo per chi conti: l’autore? No. Lo spettatore? Ma se già dorme. Bisogna tornare alla (presunta) profezia dei Lumière, “Il cinema è un’invenzione senza futuro”.

Carax non invera, inventa: prescinde dal tempo, ovvero dal previsionale, dunque dalla distinzione stessa tra realtà e finzione, e punta tutto sull’inventio, ovvero l’inventario di generi, registri e toni, la scoperta del caso e l’immaginazione al potere. Di fronte al declino (tracollo?) dell’umano, a farla da padrone è il trucco & parrucco e, di più, il congegno, il meccanico: limousine senzienti e parlanti. Eppure, l’affissione Holy Motors ha una O spenta: la nostra bocca, il nostro stupore.

E allora si capisce bene Carax, quando sostiene che “il cinema è come un’isola, un’isola bellissima con un vasto cimitero. Quando fai un film, stai creando cinema”. E, “anche se ovviamente non faccio film pubblici, ma privati”, stai ricreando la possibilità di un’isola e di un Robinson Crusoe 2.0, affidato a qualcuno che si conosce bene e che fa bene, benissimo: “Denis Lavant è diventato 10mila volte più bravo di quando l’ho conosciuto la prima volta (Boys Meets Girl, 1984, ndr).

Non succede con tutti gli attori: so per certo che alcune di queste scene cinque anni fa non le avrebbe mai volute girare”. Forse, vale anche per Carax, che spinge i suoi Holy Motors al massimo, ma senza ingolfare una poetica – meglio, una po-etica – che per contrasto, negazione e paradosso manda su di giri l’umanesimo, la coazione a ripeterci umani, umanisti.

Ciak, motore, azione! Imperdibile. Anzi, Santo subito questo Leos.

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