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Pdl, la marcia dell’impunità

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La marcia del Pdl su Milano (e in particolare sul tribunale di Milano) spaventa perché evoca – sì, le evoca – altre marce dai toni ben più cupi e poco “costituzionali”. La parola chiave, dopo 24 ore da quella manifestazione, l’ha detta il presidente Napolitano: “Serve responsabilità”.

Questo è il punto. La marcia dei cento parlamentari del centrodestra sulle scalinate e dentro il Palazzo che ha più volte imputato e talvolta condannato (se non è sopraggiunta la prescrizione) Silvio Berlusconi per reati comuni è l’invocazione di piazza alla deresponsabilizzazione. E’ la marcia di chi invoca l’impunità dei forti e il condono penale, la cancellazione dei reati comuni (se a compierli è un “potente” perché gli stessi reati compiuti da un poveraccio sono fatti solo suoi…).

Badate: personalmente (e per uguali e opposte ragioni) a me spaventavano anche i cappi branditi in Parlamento (ricordate i leghisti nel ’94?) o le monetine lanciate contro imputati eccellenti come Bettino Craxi. Spaventavano perché anche quelle erano marce forzate sulle regole (anche non scritte) del convivere civile.

Questa marcia davanti al tribunale di Milano è un ricatto alle istituzioni, compreso il potere giudiziario che amministra la legge “nel nome del popolo italiano” e la giustizia “uguale per tutti”. Non la amministra nel nome di un singolo cittadino che si difende in giudizio e non sulle scale del Tribunale, brandendo manipoli di eletti e minacce al Parlamento e ai vertici dello Stato.

Non c’è dubbio che ogni imputato ha il diritto di protestare contro presunte ingiustizie subite e le garanzie processuali non si discutono. Ma spaventa la loro strumentalizzazione dettata da una pelosa ricerca di impunità e dalla volontà di cancellare preventivamente le responsabilità personali di un singolo indagato. Osservate le leggi fatte da quei cento deputati: spesso poco garantiste nei confronti di immigrati, poveracci, mister x qualunque. Lì il garantismo si mette sotto i piedi e si usa il “pugno di ferro”.

E non c’è dubbio che le vicende giudiziarie dell’imputato Berlusconi non interessano le sorti di tutti gli italiani, non sono il “sintomo” di un malfunzionamento della giustizia nel nostro paese. Sono la protesta di un singolo milionario che pretende di non farsi processare. E usa le sue truppe, tutte le sue poderose truppe (i suoi giornali, le sue tv, il suo gruppo parlamentare, fino a qualche anno fa anche il suo governo), per sottrarsi al controllo di legalità. E lo fa marciando sulle macerie di un paese stanco e per cancellare il principio della responsabilità. Che è sempre e prima di tutto “personale”, non solo dentro un’aula di giustizia.  

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